(RITORNA ALLA HOME PAGE)

 

I DONI DI DIO

Don Giuseppe Tomaselli

 

PREFAZIONE

Quanto di bene si riscontra nelle crea­ture, viene dal Creatore. A Dio dunque vada l'onore e la gloria.

Purtroppo, ordinariamente, non si pen­sa a ciò. Il ricco dice: La ricchezza è mia; io ne sono padrone e ne faccio quello che più mi aggrada! -

Chi ha qualche attitudine, fisica od in­tellettuale, ne va orgoglioso e suole di­sprezzare chi ne è privo.

Questo scritto si propone di far vedere quali siano i principali doni che Iddio fa all'umanità, di esortare al sentimento di gratitudine e di far meditare sulla re­sponsabilità che ognuno ha davanti a Dio per i doni ricevuti.

L'importanza del lavoro si può rileva­re dalle parole di Gesù Cristo: A chi più è stato dato, più sarà domandato. -

 

IL MAESTRO DIVINO

La sapiepza degli uomini è molto limi­tata. Il maestro insegna dalla cattedra, ma può sbagliare oppure esagerare nelle sue asserzioni.

Il Maestro Divino, Gesù Cristo, fonte di verità e di giustizia, non può errare ed è divinamente esatto. Egli, per incul­carci meglio le sublimi verità, si serve delle parabole e conviene spigolarne qualcuna che vada per il caso nostro, cioè che riguardi la responsabilità dei do­ni ricevuti da Dio.

Tutto ciò che l'uomo è e tutto ciò che egli ha, sia nell'ordine della natura co­me in quello della Grazia, tutto è dono gratuito del Padre Celeste. Il Divin Mae­stro nei suoi insegnamenti rivendica la fecondità inesauribile del suo Padre Ce­leste, donatore instancabile. Nella figu­ra generosa e fiduciosa di un personag­gio alla vigilia di un lungo viaggio, na­sconde e rivela se stesso, insegnando che la vita è dovere e non divertimento; è conquista e non semplice ornamento per la vanità; è lavoro e fatica e non ozio­sità gaudente e passiva. Insegna inoltre che la vita si svolge nel tempo e sulla terra, ma deve tendere al Cielo ed aspi­rare all'eternità.

Ogni persona dunque deve custodire e difendere, illuminare ed accrescere, in­somma apprezzare il dono della vita per quello che attende alle porte dell'eter­nità. Là si dovrà schiarire il mistero del­l'esistenza di tutti e di ciascuno: o sarà fallimento completo e definitivo per chi è vissuto di terra e per la terra, o vittoria eterna per chi ha trafficato bene i talen­ti avuti da Dio.

 

IL PADRONE

Un ricco signore stava per partire per un paese lontano; aveva intenzione di assentarsi a lungo e per non lasciare i suoi dipendenti nell'inoperosità, li chia­mò a sè e così loro parlò:

- Io vi affido i miei beni. Assegno a ciascuno parte della mia ricchezza. Non tutti riceverete la stessa somma, poichè non tutti avete la stessa capacità. Al mio ritorno mi darete conto, in proporzione di quanto avrete ricevuto. -

A chi diede cinque talenti, a chi due ed a chi uno.

Partito che fu, i servi si misero all'o­pera, nella speranza del guadagno.

Chi ebbe cinque talenti, pensando alla serietà degli ordini del padrone, consa­pevole della propria responsabilità, si diede a trafficarli. Col tempo riuscì a gua­dagnare altri cinque talenti.

Ed anche colui che ne aveva ricevuti due, potè con la buona volontà acquistarne altri due.

Colui invece che ebbe un solo talento, ragionò così: C'è pericolo che io lo per­da. E' meglio nascondere il talento in una buca, sotto terra, e quando ritorne­rà il padrone, glielo consegnerò. Intanto vivo senza grattacapi e mi diverto. - Difatti andò a sotterrare il talento.

Dopo molto tempo il padrone ritornò e chiamò i servi alla resa dei conti. Co­loro che avevano fatti dei guadagni era­no lieti; il servo pigro era fortemente triste.

- Tu, disse il ricco signore, ricevesti da me cinque talenti. Che cosa ne hai fatto?

- Signore, ecco! Con la mia abilità ne ho acquistato altri cinque.

- Bene, servo buono e fedele! Meriti lode. Poichè sei stato fedele nel poco, ti darò autorità sul molto. Entra nella gioia del tuo padrone! -

Si presentò poi quello che ne aveva ricevuti due e disse: Signore, mi hai dato due talenti; ecco: ne ho guadagnato altri due. -

Gli rispose il padrone: Così va bene! Tu sei un buon servo e poichè sei stato fedele nel poco, ti darò autorità sul mol­to. Come l'altro servo, entra nel gaudio del tuo padrone! -

Si presentò a sua volta colui che ave­va ricevuto un solo talento e disse: Si­gnore, sapendo che tu sei un uomo se­vero, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso, ho avuto paura ed ho nascosto il tuo talento sot­to terra; eccoti quello che è tuo! -

Gli rispose il padrone irato: Servo ini­quo ed infingardo! Io ti giudico dalle tue stesse parole. Tu sapevi che sono severo. E perchè allora non hai messo il mio de­naro alla banca? Al ritorno io l'avrei ri­tirato con l'interesse... Ed ora, voi servi, toglietegli il talento e datelo a chi ne ha dieci!

- Signore, gli fecero osservare, ma quello ne ha già dieci!

- Non importa! Perchè a chi ha, sarà dato e sarà, nell'abbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che cre­de di avere. Ed ora, gettate questo servo inutile nelle tenebre; ivi sarà pianto e stridor di denti. -

 

SIGNIFICATO

Il Padrone della parabola evangelica è Dio; i servitori siamo noi. I talenti Egli ce li ha affidati allorchè ci ha creati. Ci ha messi sulla terra in prova, con il com­pito di trafficare i suoi doni.

Quali potrebbero essere questi doni? Il primo è quello della vita. Noi non esi­stevamo ed ora siamo nel grande qua­dro della creazione. E' dono di Dio il tem­po, cioè la durata più o meno lunga del­la dimora sulla terra.

Sono talenti i beni del corpo e dell'a­nima: la sanità, i cinque sensi, i beni di fortuna, l'intelligenza, le attitudini par­ticolari, la libertà, la Redenzione, i Sacramenti, le divine ispirazioni... Quando avrà luogo la resa dei conti? Subito dopo la morte, appena l'anima starà per entrare nella vita eterna. Il Pa­drone allora non sarà misericordioso, ma severo, sarà cioè ammantato d'infinita giustizia e non si lascerà corrompere da forza umana; Egli darà a ciascuno ciò che gli spetta. Domanderà conto di tut­to, anche di una semplice parola, secon­do il detto evangelico: Di ogni parola oziosa che gli uomini avranno detta, mi daranno conto di essa nel giorno del giu­dizio! -

Se il padrone della parabola fu così duro con il servo che non aveva fatto fruttare il talento, quale severità non avrà Dio con coloro che si saranno ser­viti dei talenti per andare contro di Lui stesso, offendendolo e disprezzando i suoi comandamenti?

 

RICONOSCENZA

La gratitudine è un dovere di giusti­zia. Diciamo: «Grazie!» - a chi ci offre un bicchiere d'acqua, a chi ci indica una via, a chiunque ci faccia qualche favore. Lo stesso cane, seguendo il suo istinto, saltella attorno al padrone, quasi in se­gno di riconoscenza, per un tozzo di pa­ne ricevuto.

E noi non abbiamo il sacrosanto dove­re di essere grati a Dio per quello che siamo ed abbiamo?

Si dirà: Iddio non ha bisogno di nes­suno. Quale importanza potrà dare ad un « grazie » di una misera creatura? -

Non è così. Il Signore esige la ricono­scenza e più grande è il dono che elargi­sce, più riconoscenza si aspetta. In con­ferma di ciò, meditiamo il seguente epi­sodio, che racconta l'Evangelista S. Luca.

Dieci uomini, colpiti da lebbra, stava­no lontani dall'abitato; per evitare il con­tagio del male, erano costretti a stare nella solitudine. Si accorsero che Gesù Cristo stava per entrare nel vicino vil­laggio. Pieni di fede nella sua potenza taumaturga, si diressero a Lui e, stando un po' lontano, gli gridarono: Gesù Mae­stro, abbi pietà di noi! -

Poche parole, ma che dimostravano grande cordoglio e vivo desiderio di gua­rire.

Gesù li mirò, ne ebbe compassione e disse: Andate; mostratevi ai Sacerdoti! - I dieci uomini si misero in cammino e all'istante la lebbra sparì. Avevano rice­vuto il gran dono della perfetta sanità. In preda alla gioia, corsero al villaggio, desiderosi di farsi vedere guariti; non pensarono a ringraziare il Divin Maestro. Però uno dei dieci sentì il dovere della riconoscenza e tornò indietro. Si prostrò dinanzi a Gesù, ringraziandolo con le la­crime agli occhi: Grazie, o Signore, del dono che mi hai fatto! -

Gesù rimase contento e lodò il povero uomo; ma restò afflitto per l'ingratitudine degli altri. Esclamò allora in tono di rimprovero: Non ne ho guariti dieci? E gli altri nove dove sono? Soltanto uno, straniero, è venuto a ringraziare ed a da­re gloria a Dio? -

Dalle parole di Gesù appare chiaro che Iddio vuole essere ringraziato dei doni che ci concede. Chi non è ricono­scente, è un ingrato.

 

LODE A DIO

Per coltivare la riconoscenza a Dio, conviene essere convinti che tutto viene da Lui.

E' in errore chi dice: Quanto di bene c'è nel mio corpo, è dovuto ai genitori. Devo essere riconoscente a loro e non a Dio! -

Tutti i corpi umani vengono da Ada­mo e da Eva e questi nostri progenitori furono creati direttamente da Dio.

Io sono nell'agiatezza. Ho tanti be­ni temporali. Ringrazio coloro che me li hanno fatto ereditare. Che cosa ha da fare il Signore con questi beni? - Er­rato questo ragionamento.

La ricchezza, di cui tu godi, è venuta da Dio. Le campagne dei tuoi antenati fruttavano; ma era il Signore che dava la fecondità ai semi e la pioggia ed il so­le in tempo opportuno. Ogni fatica uma­na è nulla senza il concorso divino.

- Devo ringraziare me stesso dell'a­giatezza in cui mi trovo. E' tutto frutto del mio lavoro e della mia intelligenza. -

E chi ti ha dato le membra per lavo­rare, la salute per resistere alla fatica e l'intelligenza per ben operare? Tutto ciò non è dono di Dio?

Si ringrazi dunque il Sommo Donatore ed ogni istante della vita sia un conti­nuo atto di riconoscenza. Senza il divino aiuto non si potrebbe vivere neppure un istante. Che cosa sarebbe degli esseri vi­venti, se Iddio annullasse l'aria che si re­spira? Che cosa avverrebbe sulla terra se il Creatore estinguesse le energie solari?

Che capiterebbe nell'universo se l'Onni­potente togliesse la legge di attrazione e di repulsione, che regola il movimento degli astri?

Lode dunque a Dio.

 

A CHI PIU' E' DATO

Un servo ricevette, in consegna cinque talenti; un altro ne ebbe soltanto due. Il primo avrebbe avuto diritto d'insuper­birsi o di disprezzare il secondo? Sareb­be stato uno stolto. Il merito era del pa­drone, il quale manifestava bontà e fi­ducia.

Chi ha ricevuto più doni da Dio, ha diritto di andarne orgoglioso e di disprez­zare chi ne ha avuto di meno? Sarebbe grande stoltezza.

Coloro che riconoscono di avere più talenti degli altri, devono stare molto umili, per non togliere la gloria a Dio e provocarne la collera.

Il Signore è geloso della sua gloria e resiste fortemente ai superbi, secondo il detto scritturale: Iddio resiste ai super­bi e dà la sua grazia agli umili. -

Ed allora, chi si riconoscesse ricco di favori divini, cosa dovrebbe fare?... Es­sere più umile degli altri, ringraziare più spesso Dio e vivere in coscienziosa trepi­dazione per il conto che dovrà dare al­l'Eterno Padrone: A chi più è stato dato, più sarà domandato. -

 

IL TEMPO

Tre donne sono sedute presso la soglia e chiacchierano. Ognuna racconta le pro­prie prodezze e si ride. Si entra nell'ar­gomento dell'età.

La più giovane dice: Io rinunzio a di­venire vecchia come voi due. Ad una cer­ta età è meglio morire, perchè c'è più da soffrire che da godere. Ho venticinque anni e per adesso voglio divertirmi!

- E tu, risponde la più vecchia, di­sprezzi me perchè sono così avanzata negli anni.... “Io ne  conto ottantacinque e spero di vivere almeno quanto mia ma­dre, che morì a novantasei anni. Tu sei bambina davanti a me e sappi che è un onore giungere alla mia età. Io, quando penso che sono morti tanti conoscenti, nati venti o trent'anni dopo di me, mi sento ringiovanire! Più anni porto, più vanto ne faccio!

- Questo è ragionamento da vecchia! - Ed il tuo da ragazzina!... Ed ora smetti di parlare, perchè non sai quello che dici!... -

Segue un po' di silenzio e poi si pren­de un altro argomento.

Merita compassione la donna giovane, perchè crede che gli anni le siano stati dati per godere; pure è degna di com­passione la vecchia, perchè non medita sul conto che dovrà dare a Dio degli an­ni della vita. Ogni anno, ogni mese, anzi ogni ora di tempo, è dono di Dio, di cui bisogna rispondere.

 

ANCORA UN ANNO

Gesù narrò una parabola: Un uomo aveva un fico piantato nella sua vigna ed andò a cercarvi i frutti. L'albero era carico di foglie, ma senza fichi. Indispettito, disse al vignaiolo: Da tre anni vengo a cercare frutto da que­sta pianta e non ne trovo. Tagliala! A che sta ancora qui ad occupare il ter­reno? -­

Ma l'altro gli rispose: Signore, lascia ancora quest'anno la pianta. Proverò a zapparla meglio ed a concimarla intor­no. Speriamo che faccia frutto.

- Aspetterò, soggiunse il padrone, an­cora un anno. Passato questo tempo, se non frutterà, taglierai il fico e sarà mes­so nel fuoco. -­

- Così, concluse Gesù, farà il Padre mio Celeste, se non farete frutti di buo­ne opere. -

 

UTILIZZARE IL TEMPO

Le parole di Gesù son degne di profon­da meditazione. La vigna raffigura que­sta terra e le piante siamo noi! Iddio ci fa dono del tempo, perchè desidera che s'impieghi bene e che frutti per la vita eterna. Guai a sprecarlo!

Uno dei più grandi doni che il Signore possa fare è proprio il tempo ed Egli lo elargisce come meglio crede, secondo i suoi sapientissimi disegni: a chi concede pochi mesi di vita, a chi venti anni, a chi cinquanta ed a chi cento. Non apprez­zare il tempo è da insipienti.

Allora si apprezza un bene quando si è perduto o sta per sfuggirci. Domandia­mo ad un riccone o ad un re quanto pa­gherebbero, sul letto di morte, per avere un anno ovvero un giorno di vita!... Ma chi potrebbe comprare una semplice ora di tempo?

Dice il Signore nel libro dell'Ecclesia­ste: Figlio, custodisci il tempo e non sprecare particella del grande - dono! -

Ma quale uso si fa del tempo? Un ter­zo della vita si dedica al sonno; è un bi­sogno naturale e quindi Iddio non do­manderà conto del tempo impiegato nel giusto riposo.

Una parte notevole della vita è dedi­cata al lavoro, per il pane quotidiano. Anche questo tempo non sarà imputa­bile, anzi potrebbe essere fonte di meri­to, se si compie il lavoro con spirito di fede, come penitenza dei peccati e come atto di giustizia verso i propri cari ed il prossimo in genere.

E' tempo perduto per l'eternità, quello impiegato nel lavoro, allorchè ci si affa­tica come le bestie, senza alzare la men­te a Dio e senza un fine superiore.

Quanto tempo si spreca in inutili di­vertimenti! Lo svago necessario dà glo­ria a Dio; il troppo perdi-tempo è un'of­fesa alla Divinità, in quanto si fa andare a male un grande tesoro.

Eppure, quanti dicono: Faccio questo per ammazzare il tempo!... -

Tu, anima cristiana, vieni a conoscen­za della morte di una persona amica. Che cosa pensi allora?... Perchè non rien­tri in te stessa?... Pensa così: E' morta la tale persona; era più giovane di me. E perchè Iddio dà a me più anni di vi­ta?... Perchè non impiego bene il tempo che mi è concesso?... E se questo fosse l'ultimo anno che Iddio mi regala?...

 

APRITE GLI OCCHI!

Darà conto al Creatore chi non utiliz­za il tempo. E come si troveranno al tri­bunale divino coloro che impiegano il tempo a fare peccati? Servirsi di un do­no per offendere il Donatore! Non si me­dita mai abbastanza il giudizio che do­vrà sostenersi dopo la morte, a motivo del tempo impiegato male.

Due ore trascorrono nel cinema, a con­templare scene indecenti... Si protrae a lungo una conversazione scandalosa...

Ore intere volano in certe serate da bal­lo, custodendo poco o niente il cuore ed i sensi... Ore libere si dedicano a letture passionali... Un tempo notevole trascorre in grave mormorazione, in critica ed in burla del prossimo...

Potrebbe dirsi a costoro: Aprite gli oc­chi!... Non vedete il grande pericolo in cui vivete, di dannarvi eternamente?... Credete che il Signore vi conceda il tem­po per insultarlo, calpestando i suoi co­mandamenti?... State vigilanti, perchè il tempo vola ed ogni giorno che passa è un giorno di meno di vita che vi resta! Guai se il Padrone Eterno si stancasse di voi e non vi lasciasse neppure il tem­po di rimettervi in grazia sua!

 

IN TRENO

Il treno era partito da Messina per giungere a Palermo. Era pericoloso viag­giare, perchè i bombardamenti bellici incalzavano.

In una vettura erano tre militari. O­gnuno narrava i pericoli superati, augu­randosi di vedere presto la fine della guerra.

Due militari avevano ottenuto il per­messo di fare una visita alla famiglia. Il terzo era fuori di sè per la gioia.

- Neppure, diceva, mi par vero! So­no stato in prigionia. I miei parenti nep­pure sanno che io sia vivo. Ci arriverò al­l'improvviso! Oh, che felicità nel riab­bracciarli!

- E come hai fatto a scappare dalla prigionia?

- Mettendo in pericolo la vita!... Su­perata la cinta di sorveglianza ed oltre­passata la frontiera, dopo circa un mese di peripezie, finalmente arrivo a casa.

- E' lontano il tuo paese?

- Due stazioni prima di Palermo. - Il treno accelerava, in previsione di qualche mitragliamento. Oltrepassata la stazione di Cefalù, si sentìil motore di un apparecchio e subito dopo il mitragliamento. Il treno intensificò la corsa, mentre i viaggiatori cercavano riparo. I tre militari si distesero, qua e là, sot­to i sedili della vettura. Dopo alcuni mi­nuti, cessò il fuoco.

- Finalmente! - esclamò uno, questi minuti mi son sembrati un'ora! - Si af­facciò al finestrino per assicurarsi del passato pericolo.

Il secondo, rassicurato, si rizzò in pie­di, dicendo: Non ci lasciano in pace nep­pure vicino casa nostra! -

Il terzo era ancora rannicchiato sotto il sedile.

- Eh, sveglia!... Vieni fuori, chè l'ap­parecchio si è allontanato!... Non aver paura! -

Ma l'altro non si dava per inteso.

- Stiamo per arrivare al tuo paese!... Vieni qua al finestrino! -

Poichè indugiava, i due militari gli si avvicinarono e lo tirarono per una gamba. Quale meraviglia!... Il soldato era mor­to!... Un proiettile gli aveva forato la schiena ed il petto. Ea proprio colui che ritornava dalla prigionia e stava per giungere al paese natio.

I due giovani scoppiarono in pianto.­- E' morto!... Poveretto!... Vicino casa sua!... Avrebbe potuto capitare anche a noi la sua sorte!... -

Ci domandiamo: Perchè un giovane morì e gli altri due restarono in vita? - Chi conosce i fini di Dio? Gli anni che la Provvidenza aveva assegnati al mili­tare, erano compiuti. Aveva superato tanti pericoli, ma giunta l'ultima ora, non potè liberarsi dalla morte.

Quante volte si ripete, sotto diversi aspetti, la scena! La vita umana è insi­diata di continuo e, quando meno si a­spetta, giunge l'ultima ora.

 

L'OSPIZIO DEI CIECHI

L'edificio dell'Ospizio è maestoso. Una villetta rende gaio l'ingresso al persona­le di servizio ed ai visitatori. Ai poveri ricoverati la villetta dice poco o niente: sono ciechi.

Due giovani, dagli occhiali oscuri, stanno in conversazione con un visita­tore.

- Voi due, da molto tempo siete in questo ospizio?

- Da parecchi anni.

- Siete stati sempre ciechi? - Sin dalla nascita.

- Chi sa come desideriate di vedere il sole, le persone care, i fiori!...

- Dato che non è possibile, ci rasse­gniamo.

- E che svago avete in questo am­biente?

- Prendiamo un po' di aria nel cor­tile, ci svaghiamo con qualche chiac­chiera e poi... suoniamo. La musica è la nostra grande soddisfazione.

- Quale strumento suonate? - Tutti e due il violino.

- Ma dite, come immaginate voi che sia il mondo?

- Non sapremmo dirlo.

- Ed i bei colori del creato, dei fiori, come li immaginate?

- Quando io sento parlare del verde, penso alla nota «mi» del violino.

- Poveretti!... Contentatevi di ciò che potete conoscere... -

Intanto scende dello scalone una squa­dra di ciechi e si avvia al cortile. E' l'ora della ricreazione.

Non ci sono schiamazzi; si formano vari gruppi di amici ed ognuno passeggia e chiacchiera. Il visitatore segue con lo sguardo tre ciechi che passeggiano e pen­sa che abbiano a battere contro il vicino muro; ma non è così. Un passo prima di giungere alla parete, ecco tornare indie­tro serenamente. E' la pratica che li guida.

- Voi siete nato cieco?

- No! Sino ai venti anni avevo una vista eccellente. Sono acciecato per un infortunio nel lavoro; e ci soffro più dei ciechi nati, perchè io posso valutare quale ricchezza sia la vista. Ringraziate Dio che - voi ci vedete!... -  

Dopo uno sguardo rapido ai vari am­bienti, il visitatore esce dall'ospizio con un po' di amarezza nell'anima e sponta­neamente esclama: - Fortunato me, che non sono cieco! -

 

USO DEGLI OCCHI

La vista! Quale dono di Dio! L'uomo per mezzo degli occhi si mette a contatto col mondo esterno, può evitare i pericoli, può sovvenire a tante necessità personali ed essere di aiuto agli altri. Privo della vista l'uomo è mezzo morto.

Come non ringraziare Iddio della vista di cui godiamo?... Pensiamo però che gli occhi ci sono stati donati dalla natura per volontà del Creatore e che sono un prezioso talento, di cui dovremo ri­spondere.

E che uso si fa comunemente degli oc­chi? Sogliono essere strumento di pec­cato!...

Dice Gesù Cristo: Chi guarda una per­sona con fine cattivo, ha già peccato nel suo cuore. - Quanti sguardi liberi lungo le vie, nei passeggi! Quante sconcezze si guardano al televisore!

E' lecito guardare ciò che Dio permet­te; ognuno stia vigilante, perchè lo sguar­do, volendo, facilmente si può volgere altrove, oppure si possono abbassare le palpebre e non guardare affatto.

Pio lettore, non dimenticare che gli occhi sono le finestre per cui puoi fare entrare o il bene o il male, o l'Angelo o il demonio.

Oggi tu dici: Meno male che ho la vi­sta! - Forse al tribunale di Dio, nel gior­no del rendiconto finale, sarai costretto a dire: Sarebbe stato meglio se io fossi nato cieco! Non avrei commessi tanti peccati di pensiero e di opere! -

E' bene maggiore essere ciechi, anzi­ché avere gli occhi ed abusarne profa­nandoli.

Lo sguardo cattivo dà la morte all'a­nima.

 

CENTO MILA LIRE

Un proprietario, ad Àdrano, desidera­va vendere il frutto del suo giardino. Un mediatore si presentò, nella speranza di avere una buona percentuale: M'interes­serò io a trovare il compratore del vostro raccolto.

- Quando sarà firmato il contratto di compra, rispose il padrone, avrete cento mila lire. -

Dopo qualche settimana di brighe, il mediatore ritornò lieto: Ho trovato il compratore; vi darà due milioni. -

Durante la conversazione, per un'os­servazione avuta, il mediatore pronun­ziò una bestemmia contro il Signore.

- Basta, gridò il padrone, uscite da casa mia! Qui non si bestemmia! Non voglio aver da fare con voi!

- Scusate; la bestemmia mi é sfug­gita!

- Ho detto basta! Uscite! -

Il bestemmiatore tentò di calmare il proprietario, ma non ci riuscì. Con le la­crime agli occhi rifece la scala, ripeten­do: Per una bestemmia ho perduto cen­to mila lire!... Cento mila!... -

Dopo due giorni il raccolto delle aran­ce fu venduto ad un prezzo maggiore. Infelice bestemmiatore! Hai pianto per aver perduto una somma di denaro! Avresti dovuto piangere per ben altro! Iddio ti ha dato la lingua per lodarlo e tu te ne sei servito per bestemmiarlo! Sarebbe stato meglio per te essere nato senza loquela! Non avresti tanta respon­sabilità al cospetto del Sommo Dio!

 

L'AMORE PERDUTO

Il giovanotto era stato preso dalle ot­time qualità della signorina e riuscì a fldanzarla; i sentimenti però erano di­versi: lui era irreligioso e la donna religiosa, anzi militante nelle file dell'Azione Cattolica.
Il giovane comprese subito che non sarebbe riuscito a sposarla, se si fosse manifestato tale quale era. Stava quindi bene attento a parlare in casa della fidanzata.
Giunse il giorno delle nozze. Parenti ed amici accompagnarono la coppia al Tempio. Mentre si stava per entrare nella Casa di Dio, e precisamente nella Cattedrale di Trapani, il fidanzato, per essere inciampato nel fare la piccola gradinata, pronunziò un'orribile bestemmia contro Dio. La fidanzata inorridi e tacque; l'improvviso pallore del volto fece capire come fosse rimasto ferito il suo cuore.
S'iniziò il sacro rito. Allorché il Sacerdote disse: " Signorina,... volete voi prendere il signor... per vostro legittimo sposo...?, la giovane rispose a voce alta: No, non lo voglio! -
Il Sacerdote, sorpreso, chiese spiega-
zione: E perchè non lo volete? - Non starò giammai con un uomo, che bestemmia contro Dio. -
Il giovane con le lacrime domandò perdono alla signorina. - Non lo farò più! - Ed io non ti voglio per sposo. - I parenti si provarono a calmare la giovane, ma trovandola risoluta, fu giocoforza interrompere il rito.
Restarono male tutti, ma specialmente il fidanzato, il quale umiliato e deluso, diceva piangendo: Ho perduto il tesoro del mio cuore!... Ho perduto il vero amore!... Maledetta bestemmia!... -
Misero giovane! Avresti dovuto lacrimare per l'offesa recata al Creatore e non per aver perduto una creatura!... Non sapesti trafficare il talento della lingua ed il Signore ti colpì nel cuore, togliendoti l'ogetto del tuo amore.
 

DI OGNI PAROLA OZIOSA...

Quanti muti, di ambo i sessi, ci sono nel mondo! Basta visitare certi ricoveri di sordo-muti! Sono infelici costoro? Da­vanti al mondo si! Sono però più infelici coloro che, avendo il dono della favella, se ne servono male.

Bestemmie, bugie, giuramenti falsi, imprecazioni, ingiurie, parolacce, discor­si immorali, cattivi consigli, calunnie e detrazioni... quanti peccati si commet­tono con la lingua!

Un operaio si presentò al suo Arcive­scovo, a Parigi, per chiedere denaro; ma­nifestò i suoi bisogni ed ebbe una discre­ta offerta. Avrebbe dovuto essere grato. Invece andò a comprare, con il denaro ricevuto, una pistola e quando l'Arcive­scovo faceva il suo ingresso solenne in Cattedrale, gli sparò contro. Davanti al tribunale poi dichiarò: Ho avuto il pia­cere di sparare contro di lui, servendomi del suo stesso denaro! -

Mostruosità umana!... Ma è più mo­struoso colui che, avendo il dono della loquela, adopera la lingua per imprecare contro il Creatore, seminando lo scan­dalo con i cattivi discorsi e spingendo gli altri al male.

Quale uso fare dunque della lingua? Lodare Iddio e fare del bene al prossimo. L'Eterno Giudice chiederà conto anche di una semplice parola oziosa.

 

UN MOMENTO DI PIACERE

Siamo in Ismaelia. I pochi casolari, qua e là sparsi, in certi periodi dell'anno sono soggetti a delle visite poco gradite. Qualche volta è lo sciacallo che va in gi­ro, altra volta è la iena. Ormai si cono­sce la voce di queste bestie ed al primo allarme i casolari sono serrati.

Verso il tramonto compare una iena, la quale, trovando tutte le porte chiuse, si avventa con rabbia contro un uscio, quasi per abbatterlo. Gli unghioni penetrano nel legno e vi lasciano le impronte di piccolo scalpello. Il padrone della casa ha già pensato come sbarazzarsi della fiera. Ha una buona porzione di carne; vi mette nel mezzo una discreta dose di stricnina e corre sul terrazzino.

La iena è inferocita per la fame ed ap­pena vede cadere dall'alto quel buon boc­cone, l'avventa e lo divora. Non è sazia, ma per il momento si quieta.

Intanto l'uomo guarda, sorridendo, ed attende a braccia conserte la prossima fine della bestia.

La iena si allontana lentamente, si sof­ferma, riprende il cammino... All'improv­viso cade e si contorce; si alza, ma non può camminare. L'azione del veleno è potente. La fiera smaniosa si sdraia so­pra un grosso sasso e, sentendo il bru­ciore alle visceri, strofina fortemente il ventre sopra una sporgenza della pietra stessa; l'agonia si protrae per circa ven­ti minuti tra gli urli ed i gemiti.

Nel frattempo vengono parecchi uomini ed assistono alla scena. Il sangue della fiera imporpora il sasso. Assicurati che la iena sia morta, alcu­ni dei presenti vogliono prendersi il gu­sto di darle un calcio; uno afferra la co­da e trascina la bestia in casa.

Quale non è intanto la sorpresa! Il petto ed il ventre della iena sono aperti, come se una grossa lama vi fosse passa­ta sopra; è stato l'effetto del ripetuto sfregamento sulla sporgenza del sasso.

Un tale esclama: Meglio cosi! Sarà più facile togliere la pelle. -

Povera iena! Sentivi i latrati della fa­me, credevi di saziarti con quella carne, hai avuto pochi istanti di soddisfazione e poi la morte atroce!

Come bestia, meriti compatimento. Ma quanti, uomini e donne, imitano la tua condotta, pur avendo la ragione! Il cor­po vuole godere. Pochi momenti di pia­cere sono seguiti da grandi pene. Guai a dare al corpo qualunque piacere!

 

CHI SEMINA VENTO...

La vista, l'udito, la favella... sono doni di Dio; ma il dono maggiore è il corpo stesso, con tutte le sue membra.

Il corpo è strumento dell'anima e de­ve servire ad operare il bene; è Tempio dello Spirito Santo, reso sacro dalle Ac­que Battesimali e dal Crisma della Cre­sima; è ricettacolo di Gesù Sacramenta­to, sotto le Specie Eucaristiche; dovrà ri­sorgere alla fine del mondo, per riunirsi eternamente all'anima.

Ma il corpo umano è rispettato come si deve? Quante profanazioni! Disse Id­dio al tempo di Noè, quando vi era gran­de corruzione: Mi pento di aver creato l'uomo! -

E per quanti potrebbe il Signore dire anche oggi: Mi pento di avervi donato il corpo! Invece di rispettarlo come un va­so sacro, lo deturpate con il vizio... -

Quella iena pagò con gli spasimi e con la morte la soddisfazione di un po' di carne; le creature umane, che non sanno re­sistere alle passioni, pagano momenta­nei piaceri con rimorsi, con lunghe e pe­nose malattie, con la perdita dell'onore e con la stessa morte!... Basta visitare certe corsie di ospedali, ove giacciono le vittime del vizio, certi reparti di mani­comi e le stesse galere!...

Tu, anima cristiana, non vorrai fare la fine di tanti infelici! Frena sempre il tuo corpo e vivi in grande purezza. Dopo la morte, quando le tue membra saran­no cadavere, tu vedrai il Creatore. Che cosa risponderai al divino giudizio, alla domanda: Dammi conto del corpo che ti ho affidato! -? Oggi forse, per attutire i rimorsi, dici a te stessa: Del resto non sono sola a fare questo male! - Davanti a Dio tale scusa non vale. Il Sommo Pa­drone ti darà ciò che avrai meritato. Chi semina vento, raccoglie tempesta. Chi vive nella corruzione, chi si dà alla vita animale, non potrà vivere un giorno in Cielo nella purezza degli Angeli.

 

DEGRADAZIONE

Il palazzo imperiale era in festa. Era l'ora del ricevimento degli alti personag­gi e Napoleone si disponeva ad entrare nella grande sala.

Intanto il figlioletto, Napoleone II, stava presso una finestra e guardava fuo­ri, attraverso i vetri. Il suo volto era ma­linconico.

Napoleone lo accarezzo e gli chiese: Che cosa hai? -

Il bambino non rispose.

- Ma dimmi, perchè sei triste?... Che cosa desideri?

- Vorrei andare a giocare con quei ragazzi, laggiù! Vorrei divertirmi come loro! -

L'Imperatore contemplò la scena che si svolgeva sulla via. Alcuni monelli, scalzi, camminavano sulla pozzanghera e di tanto in tanto lanciavano manate di fango.

- E tu, continuò il padre, vorresti essere come uno di quelli? Non ti basta la ricchezza e lo splendore di questo palazzo? - Voglio andare a giocare laggiù!... - Napoleone lasciò il figliuolo e si avviò nella sala dei ricevimenti, dicendo tra se: - Che stranezza, che stranezza!... - Quanti imitano il figlio di Napoleone! Potrebbero usufruire dei tesori inerenti alla pratica della purezza, restare all'al­tezza della dignità dei figli di Dio, ed in­vece preferiscono tuffarsi nel fango del­la disonestà.

Il figliuol prodigo era ricco nella casa di suo padre, comandava ai servi ed era onorato. Ma quando si mise sulla cattiva strada, divenne povero, lacero, abbietto e fu costretto a fare il guardiano dei por­ci; il suo cibo erano le ghiande che gli animali immondi lasciavano. La stessa fine è riservata a chi non frena le pas­sioni e si lascia trascinare dalle perverse voglie del corpo.

 

MANCANZA DI FRENO

Il treno Trapani-Palermo era per giun­gere alla capitale. Disgraziatamente alla stazione precedente il macchinista non si assicurò se i freni funzionassero. Quando, in prossimità della stazione centrale, si tentò di far funzionare i fre­ni, essendo inutile ogni rimedio, si diede il segno d'allarme. I passeggeri spaven­tati tentarono di scendere mentre la macchina era in moto. Giunto il treno sotto l'ampia tettoia della stazione, il macchinista spiccò un salto, altri imita­rono il suo esempio e la macchina, uscita dal binario, superò il marciapiede ed en­trò nell'ufficio-tesori. Alla seconda pare­te il treno si fermò. Le vittime furono inevitabili.

Il primo ad essere arrestato fu il mac­chinista, perchè responsabile di tutto; avrebbe dovuto essere più vigilante.

Il corpo umano alle volte è più terri­bile d'un treno in corsa. Guai a non adoperare il freno! Il Creatore ha dato ad ognuno un freno potente, che nessuna forza umana può rompere: é la volontà. Chiunque mette in efficienza questo fre­no, riesce a tenere soggetto il corpo; chi non vuole servirsene, sarà trascinato dal­le voglie del corpo nell'abisso dela colpa e poi nell'abisso infernale!

 

LA RICCHEZZA

Tra i doni di Dio sono da annoverarsi anche le ricchezze. Chi nasce in famiglia molto agiata e chi riesce ad arricchire. I beni, ereditati o acquisiti, vengono dalla Provvidenza e quindi da Dio.

E' un bene o un male essere ricchi? Di per sé la ricchezza non sarebbe cat­tiva. E perchè allora Gesù Cristo dice: Guai ai ricchi! E' più facile che un cam­mello passi per la cruna di un ago, an­ziché un ricco entrare in Paradiso! -? Per il cattivo uso della ricchezza. Non pensano d'ordinario i ricchi che i loro beni sono talenti ricevuti da Dio e che dovranno darne conto.

 

IO NON LA PENSO COSI'!

Nell'immediato dopo-guerra si pensò di venire in aiuto ai ragazzi poveri ed ab­bandonati. I Sacerdoti, specialmente ap­partenenti ad Ordini Religiosi, si misero a capo di questo movimento umanitario. Lo scrivente fu indirizzato ad un ric­co signore.

Il palazzo era sontuoso; le scale, le sa­le e le pareti erano arricchite di fini la­vori. Il padrone era vecchio.

Gli proposi l'opera di bene; per rispo­sta ebbi un « Oh! » di sorpresa.

- E lei viene qui per domandare of­ferte per i bisognosi?

- Ed a chi dovrei rivolgermi, se non ai ricchi?

- Lei non avrà niente da me!

- Ringrazio lo stesso. Pero la carità non si fa a me, ma ai bisognosi.

- Ho tante spese da sostenere!

- Comprendo. Pensi però che la ca­rità attira la benedizione di Dio, fa scon­tare i peccati, apporta gioia all'anima e dispone ad un misericordioso giudizio di Dio. E' Gesù Cristo, che comanda la ca­rità.

- Io non la penso così! Del mio de­naro dispongo a mio piacimento... Se non ha altro da dirmi, prego lasciarmi in pace! -

Così si chiuse la visita al ricco signore. Povero e miserabile uomo!... A que­st'ora probabilmente sarai morto, data la tua età. E come ti sarai trovato al tri­bunale di Dio? Avrai avuto la sorte del ricco epulone. Morendo, a chi saranno andati i beni che chiamavi tuoi? Agli eredi, i quali forse avranno sospirato il giorno della tua morte, per usufruire di tutto. Ti saranno grati? Pregheranno per te? Vorrei sperarlo Ma forse non sarà così!... Quanto avresti fatto meglio a compiere un po' di carità!

 

PARABOLA

Dice Gesù Cristo: C'era un uomo ric­co, il quale vestiva di porpora e tutti i giorni dava grandi banchetti. C'era an­che un mendico, di nome Lazzaro, il qua­le pieno di piaghe giaceva alla porta di lui, bramoso di sfamarsi con le briciole che cadevano dalla tavola del ricco; ma nessuno gliene dava; soltanto i cani an­davano a leccargli le piaghe. Il povero mori e fu portato dagli Angeli in seno ad Abramo; morì anche il ricco e fu se­polto nell'inferno.

Alzando questi gli occhi, mentre era nei tormenti, vide da lungi Abramo e Lazzaro sul suo seno. Allora ad alta voce esclamò: Padre Abramo, abbi pietà di me! Manda Lazzaro ad intingere nell'ac­qua la punta del dito per rinfrescare la mia lingua, perchè io spasimo in questa fiamma! -

Ma Abramo gli rispose: Ricordati che tu ricevesti parte dei beni durante la vita, mentre Lazzaro ebbe nel medesimo tempo la sua parte di mali; perciò egli ora è consolato e tu sei tormentato. Ol­tre a ciò, una grande voragine è posta tra noi e voi. -

Quegli replicò: Io ti prego adunque che tu lo mandi in casa di mio padre, perchè ho cinque fratelli, per avvertirli di queste cose, affinchè non cadano an­ch'essi in questo luogo di tormento. -

Abramo rispose: Hanno Mosè ed i Pro­feti; ascoltino quelli. -

E l'altro replicò: No, padre Abramo; se un morto andrà a loro, faranno peni­tenza. -

Ma Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non crederanno neppu­re ad un morto risuscitato. -

Fin qui il Vangelo.

Questa parabola del Cristo dovrebbe essere meditata dai ricchi; ma purtroppo non lo fanno. Se ne pentiranno un giorno, quando non potranno più rimediarvi.

Si rifletta che il ricco epulone andò nel fuoco eterno, non per aver bestemmiato, o commesso omicidio o disonestà, ma u­nicamente per non aver fatta carità, cioè per non aver reso partecipi della sua ricchezza i bisognosi. E quanti ricchi avranno la stessa sorte!

Ma è un obbligo fare la carità? Certa­mente! Si legge nella Sacra Scrittura: Non frodare la carità al bisognoso che la chiede. -

Frodare significa non dare ciò che si deve dare. I bisognosi hanno il diritto di essere aiutati e chi, potendo, non aiuta, manca all'obbligo della carità.

Gesù dice: Fate elemosina... Quanto avete in più, datelo ai poverelli... Fatevi dei tesori per il Cielo!...

 

LE DUE SCHIERE

Il Giudizio Universale sarà terribile. La Chiesa lo chiama «Giorno d'ira, di sventura e di miseria; giorno grande ed amaro assai ». Ma questo terrore da che cosa proverrà? Forse dallo sconquasso del creato: mare in tempesta, terremoti, cozzo degli astri?... Si, anche questo con­correrà allo sgomento. Ma il vero e mas­simo terrore sarà apportato dal Giudice Supremo, il quale verrà sulle nubi del cielo, in grande maestà e gloria, per giu­dicare l'umana generazione.

E su che cosa si aggirerà il giudizio finale? Forse sulla purezza dei costumi, sulla preghiera, sulla pazienza?... No; il giudizio sarà sulla pratica della carità. Ecco il Vangelo:

Quando il Figlio dell'Uomo verrà nel­la sua gloria con tutti gli Angeli, allora siederà sul trono della sua maestà. Tut­te le genti saranno radunate davanti a Lui ed Egli separerà le pecore dai ca­pretti, (cioè i buoni dai cattivi). Allora il Re dirà a quanti saranno alla sua de­stra: Venite, o benedetti del Padre mio; possedete il regno che vi è stato prepa­rato sin dalla costituzione del mondo, perchè io ebbi fame e voi mi deste da mangiare, ebbi sete e voi mi deste da be­re, fui pellegrino e voi mi accoglieste, fui ignudo e mi rivestiste, fui infermo e mi visitaste, fui in prigione e mi veniste a trovare.

Allora i giusti gli domanderanno: Si­gnore, ma quando ti abbiamo visto aver fame e ti abbiamo dato da mangiare, aver sete e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo veduto pellegrino e ti abbiamo accolto, o ignudo e ti abbia­mo rivestito? Quando mai ti abbiamo veduto infermo o in prigione e siam ve­nuti a trovarti?

Ed il Re risponderà loro: In verità vi dico, che tutte le volte che avete fatto qualche cosa ad uno di questi minimi tra i miei fratelli, l'avete fatta a me.

Allora dirà a quelli di sinistra: Anda­te via, maledetti, nel fuoco eterno, che è stato preparato per Satana e per i suoi seguaci, perchè io ebbi fame e voi non mi deste da mangiare, ebbi sete e non mi deste da bere, fui pellegrino e non mi accoglieste, ero ignudo e non mi rivesti­ste, ero infermo ed in prigione e non mi veniste a trovare. Allora anche costoro domanderanno: Signore, quando ti ab­biam veduto aver fame o sete, essere pel­legrino od ignudo, o infermo o in prigio­ne e non ti abbiamo assistito? Ed Egli risponderà loro: Io vi dico in verità che tutte le volte che non l'avete fatto ad uno di questi minimi tra i miei fratelli, non l'avete fatto a me. E costoro andran­no all'eterno supplizio, i giusti invece al­la vita eterna. -

Chi potrebbe restare indifferente da­vanti a quest'insegnamento del Divin Maestro? La lezione è data a tutti, ma specialmente ai ricchi.

 

MENO SPRECO

Possibile che vada facilmente in Pa­radiso colui che fa carità? E se non pra­ticasse bene gli altri comandamenti di Dio?

La carità attira tanta benedizione dal Cielo, per cui il Signore dà a chi la pra­tica tanta grazia spirituale da far rimet­tere il peccatore nell'amicizia sua, alme­no prima di morire.

L'obbligo della carità è fatto a tutti, nei limiti della propria possibilità. Chi può dare molto, sia generoso; chi può dare poco, dia poco.

I ricchi non sono molti, ma i bene­stanti si. Costoro non dimentichino i bi­sognosi.

Anima cristiana, se tu stai agiatamen­te in famiglia, pensi a trafficare il talen­to ricevuto da Dio, facendo carità? Non vorrai essere di coloro che si annoiano quando un poverello si presenta a chie­dere! Un rifiuto che fai al bisognoso, lo fai a Gesù Cristo, al tuo tremendo Giu­dice! Pensaci bene!

Tu mi dirai: - Non sempre si può da­re ai poverelli! Ci sono tante spese in fa­miglia! - Non sempre è vera questa af­fermazione. Chi ha ricevuto il talento, deve vigilare per non sprecarlo. E non è vero che con un poco di economia e di sacrificio si può trovare modo di fare molta carità? E perchè tanti abiti, men­tre c'è chi non ha di che ricoprirsi? E per­chè tante spese per il lusso, mentre c'è chi manca di pane o di medicine? E per­chè tante spese superflue per diverti­menti e capricci? Se tu mettessi da par­te in apposito salvadenaio il denaro che consumi in cose non necessarie, vedresti quanta carità saresti in grado di fare! Santa Teresina faceva così da piccola e Gesù le fece raggiungere le alte cime della santità. Dunque, meno spreco di denaro e più carità!

 

LA PICCOLA BISOGNOSA

La ragazzina, sui nove anni, desidera­va una veste nuova. Dopo insistenze, la mamma cercò di accontentarla. - Non avresti proprio bisogno di questa veste; tuttavia, invece di farla tra un po' di mesi, la facciamo adesso. Tu intanto pro­cura di essere ubbidiente e buona in tut­to. -

La madre e la figlioletta uscirono di casa per andare al negozio. In una tra­versa s'imbatterono in una bambina sui sette anni, scalza, ricoperta di poveri cen­ci e pallida in volto.

La signora disse alla figliuola: Chia­ma quella poverina, che debbo dirle qual­che cosa. -

Così le parlò: Non hai tu una veste decente?

- Il papà non può comprarmela, per­ché non lavora; appena appena compria­mo il pane.

- Allora vieni con me. -

Entrarono nel negozio; fu preso un taglio di stoffa e subito dopo si andò in sartoria.

- Prendete le misure a questa bam­bina; ecco la stoffa.

- E' vostra figlia?

- No, è una bisognosa. -

Giunte a casa, la figliuola disse pian­gendo: Perchè a quella hai comprata la veste ed a me no?

- Tu sei coperta bene; quella è più bisognosa di te. In seguito l'avrai anche tu. -

Cresciuta negli anni, mi diceva l'inte­ressata: Allora ero piccola e piangevo perché non comprendevo il nobile gesto di mia mamma. Oggi non piangerei più; apprezzo tanto la carità, che seppe infon­dermi nell'animo mia madre! -

 

TALENTI SUPERIORI

Abbiamo finora considerato i doni pu­ramente materiali, quali sono il corpo con i suoi sensi e le ricchezze. Ma il Si­gnore ha dato ad ognuno altri talenti, cioè le facoltà dell'anima: la memoria, l'intelligenza e la volontà. Quanto più è nobile il dono, tanto più dev'esserne la responsabilità.

Ora cominciamo a considerare la memoria, cioè la facoltà di ricordare, per cui si rende presente alla mente ciò che è già passato. Anche gli animali hanno la memoria, ma questa è puramente sen­sitiva; le creature ragionevoli hanno in­vece la memoria sensitiva e quella intel­lettiva.

Non tutti hanno la stessa capacità di ricordare. Coloro che hanno avuto dal Signore una buona memoria, non attri­buiscano a sé il merito. La memoria si potrebbe perdere in un attimo ed anche irreparabilmente.

 

PERCHE' CHIAMARMI PRETE?

In un manicomio della Sicilia è attual­mente ricoverato un Sacerdote di mia conoscenza. Eravamo compagni d'infan­zia, frequentavamo la stessa classe e di­venimmo tutti e due Ministri del Signore. Dopo pochi anni di vita sacerdotale, trascorsi nel ministero della predicazio­ne ed in opere di apostolato, il mio amico, in seguito a forte esaurimento ner­voso dovuto a troppo studio, fu ricove­rato nel manicomio, ove sta da circa trenta anni.

Chi va a visitarlo, resta meravigliato a constatare come l'infelice abbia per­duto completamente la memoria. Infat­ti la risposta è questa: Ma perchè mi chiamate Prete? Io non sono stato mai Prete! -

Dunque, chi ha felice memoria non monti in superbia, ma la utilizzi in be­ne, finchè Iddio gliela conserva.

 

FRENARE CERTI RICORDI

Potrebbe esserci abuso di memoria e quindi motivo di responsabilità? Di cer­to; è necessario vigilare affinché questo talento frutti soltanto in bene.

Per mezzo della memoria, come si è detto, il passato si rende presente. Se quello che si ricorda è un male, potrebbe divenire una spinta al peccato.

Ecco degli esempi. Con l'andare del tempo, sogliono dimenticarsi o attutirsi grandi dolori. In un momento di oziosità si presenta alla memoria una grave of­fesa, già passata in oblio. Se si dà liber­tà alla memoria, richiamando persone, parole e circostanze, entra il turbamento nell'anima, rivivono le impressioni e su­bito si può riaccendere in cuore il fuoco dell'odio, con pensieri di avversione, di vendetta o d'imprecazione.

Si è avuta la disgrazia di una cattiva occasione di peccato. Dopo anni, in con­seguenza di uno scritto che si rivede, di una fotografia che capita tra le mani, di un fulmineo ricordo, ecco farsi di nuovo presente là scena del male, con tutte le sué attrattive. Se non si tronca subito il brutto ricordo, se non si frena la me­moria, pullulano in mente i cattivi pen­sieri, insorgono i perfidi desideri del ma­i e si risveglia la passione.

Iddio potrebbe dire in simili circostan­ze - Ma perchè, o anima, t’ho dato la memoria? Vuoi servirtene per offender­mi?... Dimentica... pensa ad altro!... In­vece di ricordare i torti ricevuti dagli al­tri, ricorda i torti che nel passato hai fat­to a me! Domandamene perdono con tut­to il cuore e tu perdona di cuore chi ti ha offeso!... Invece di ricordare, o mia creatura, quella persona scandalosa quell'ora di peccato... serviti della me­moria che ti ho dato per ricordare la mia Passione! Pensa quanto ho dovuto sof­frire a motivo dei tuoi peccati e serviti del ricordo del male operato per piange­re le tue colpe!...

 

L'INTELLIGENZA

L'intelligenza è la facoltà di conosce­re il vero; per mezzo di essa quindi si può comprendere, ragionare e dedurre dalle premesse la conclusione.

L'intelligenza è un dono che il Crea­tore ci ha fatto, a fine di tendere meglio a Lui, che è Verità per eccellenza.

Come per la memoria, così per l'intel­ligenza c'è diversità di misura. Alcuni per comprendere una verità devono fare uno sforzo; altri l'afferrano subito e sen­za fatica. Alcuni hanno l'intelligenza spiccata in qualche ramo soltanto e so­no, per così dire, unilaterali; altri invece sono profondamente versatili in diversi rami dello scibile.

E' il caso di andare pettoruti ed esse­re gonfi di sè per l'eminente grado d'in­telligenza? Sarebbe come fare un furto a Dio. Chi è più intelligente, pensi che dovrà dare al Creatore più conto degli altri.

 

ESEMPI

Visitavo un manicomio; mi accompa­gnava il vice Direttore. Quante miserie! Nel reparto furiosi risuonavano urli e be­stemmie. Quanta tristezza a veder legati con la camicia di forza certi infelici!

L'impressione più dolorosa io l'ebbi quando assistetti alla refezione.

Un uomo trentenne teneva in mano una scodella e mangiava come i bruti. Chiesi a chi mi guidava: Chi sarebbe costui?

- E' un ragioniere, da tempo ricove­rato... Quel tale, silenzioso, che passeg­gia, è un Sacerdote. Quell'altro è un pro­fessore di lettere. Guardi quel signore, fiero nel volto! E' un Tenente Colonnel­lo d'artiglieria, che crede di essere dive­nuto re. Quest'altro è un medico... -

Sentendo ciò, rientrai seriamente in me: Un giorno costoro ragionavano be­ne; la loro intelligenza era limpida e for­se tra i colleghi di studio erano i più eminenti. Oggi invece sono pazzi!...

E chi potrebbe ardire d'insuperbirsi di un talento, che si potrebbe perdere da un momento all'altro? La natura uma­na è cosi debole!

A Marsala mi fu presentata dai pa­renti una signorina, affinchè la benedi­cessi. La giovane era robusta e rubicon­da. Dall'aspetto si sarebbe detta sanissima; ma l'improvviso ridere e lo sguar­do irrequieto rivelarono il suo stato mi­serevole.

Chiesi ai parenti: E' stata sempre così la giovane?

- No; è impazzita due anni addietro. - E la causa?

- Un sogno spaventoso. Sino alla se­ra precedente era tranquilla. Nella not­te sognò cose terrificanti e l'indomani si alzò pazza! -

A voler riflettere sulla debolezza del sistema nervoso, ci sarebbe davvero da preoccuparsi. Che Iddio ci liberi da si­mili disgrazie!

 

IL GRANDE ABUSO

Quanto si è detto serva a mantenerci nell'umiltà, qualora avessimo un'intelli­genza superiore.

Intratteniamoci ora sulla responsabi­lità del talento dell'intelligenza. Quale uso si fa, d'ordinario, di questa nobile facoltà mentale? Osserviamo quello che si fa nel mondo e che è frutto d'intelli­genza.

Taluni, avendo un buon corredo di istruzione ed anche capacità di scrivere, si dànno alla pubblicazione di romanzi o di riviste. Non è il bene del prossimo che li sprona al lavoro, bensì l'interesse personale, che ordinariamente è il dena­ro. Conoscendo i pubblicisti che facil­mente vengono letti gli scritti che acca­rezzano le impure passioni, mettono su dei libri pornografici, seminando così la immoralità. Un libro cattivo in circola­zione è come un demonio che va in giro per il mondo. Chi può misurare il male della cattiva lettura?

Allorchè lo scrittore immorale si pre­senterà a Dio per rendere conto della sua vita, si sentirà dire: Servo iniquo! Io ti affidai il talento dell'intelligenza. Se tu non l'avessi trafficato per niente, se avessi nascosto il talento sotto terra, io ti avrei giudicato con un certo qual ri­gore. Ma poichè te ne sei servito per rovinare le anime, per spingerle al pec­cato, poichè mi hai rapito coloro che io avevo redento, quale rigore devo ora u­sare con te?... Va' a soffrire tanti infer­ni, quante anime mi hai rubato!... Se a­vessi io dato la tua intelligenza ad altra persona, quanto bene avrebbe fatto!... -

Certi scrittori, che hanno la penna di oro e la intingono nel fango, meditino il rendiconto finale e facciano marcia in­dietro.

La musica diletta. Iddio fa sorgere qua e là dei piccoli o grandi geni musicali. Alcuni si danno alla musica sacra, altri a quella profana, ma moralmente sana. Taluni invece impiegano il talento mu­sicale per spingere le anime alla disone­stà, al fango del vizio, con quelle armo­nie che dovrebbero sollevare gli animi al Creatore.

Questi musici compositori che adope­rano in male il talento ricevuto, come si troveranno un giorno davanti al sommo Dio?

La pittura e la scultura sono arti bel­le. Ma quando gli artisti riproducono immagini indecenti, di quanti sguardi e desideri cattivi sono causa?... Questo è l'uso dei talenti dell'arte?

Gli artisti della televisione e dei films, che impiegano la loro intelligenza nel­l'escogitare scene provocanti, pensano alla loro grande responsabilità?

L'inferno c'è; Gesù Cristo l'ha assicu­rato ripetutamente. Vi andranno ineso­rabilmente gli operatori del male. A co­loro che abusano del talento avuto, dirà un giorno Gesù: Andate nel luogo dei tormenti, servi infedeli! A voi è riserva­to il pianto e lo stridore dei denti! -

 

SCELTA INFANTILE

La famiglia è raccolta in casa. Il pa­dre approfitta delle poche ore di libertà che gli sono concesse, per trattenersi con i bambini. Si trastulla con loro e crede di non abbassarsi.

In un dato momento i suoi occhi ca­dono sopra un assegno bancario di cen­to mila lire; è posto casualmente sul ta­volo.

- Enrichetto, dice al frugolino di quattro anni, vediamo se sai scegliere. Ecco qui due caramelle ed ecco un as­segno! Scegli! -

Il bambino non ci pensa due volte: af­ferra le caramelle e sorride.

- Hai preferito le caramelle?... Vedi però che l'assegno vale di più. Sei ancora in tempo di scegliere. Che cosa vuoi?

- Le caramelle! - ripete Enrichetto. Il babbo sorride e dice tra sè: E' pic­colo e non può apprezzare!... -

Quanti, pur forniti di buona intelli­genza, agiscono come questo bambino! Preferiscono un piacere terreno momen­taneo al gaudio eterno del Paradiso; cor­rono dietro alle cose create e si dimenti­cano del Creatore; amano il diletto del corpo e disprezzano le gioie dello spirito. Costoro sono da paragonarsi ai bambini o ai pazzi? Gesù li paragona ai pazzi. Ec­co l'insegnamento del Vangelo.

 

I VERI BENI

Ad un uomo ricco, dice Gesù, aveva fruttato bene la campagna ed egli an­dava ragionando così fra se stesso: Co­me farò che non ho dove riporre la mia raccolta?... Farò così: Demolirò i miei granai e ne fabbricherò dei più vasti e ci metterò tutti i miei prodotti ed i miei beni e dirò all'anima mia: Anima, tu hai messo da parte i beni per molti anni; ri­pósati, mangia, bevi e godi - Ma udì una voce, quella di Dio: Pazzo, questa notte stessa tu morrai e ti sarà doman­data l'anima tua. E quanto hai prepara­to di chi sarà?... -

Dunque, il Divin Maestro chiama paz­zo, cioè senza intelletto, colui che prefe­risce i beni terreni ai veri beni, che sono quelli spirituali ed eterni.

Di questi pazzi ce n'è nel mondo? A più non dire! Dice la Sacra Scrittura: Il numero degli stolti è pressoché infinito.­ Iddio ci ha dato l'intelligenza per com­prendere, per saper distinguere i veri beni. Chi non fa questo, rende inutile il talento avuto dal Creatore.

E quali sono, in particolare, i beni rea­li di cui bisogna arricchirsi? Lo dice Ge­sù: Fatevi delle borse che non si logori­no, un tesoro che mai vien meno nel Cie­lo, dove il ladro non si accosta e la ti­gnola non consuma! -

I veri beni, dunque, sono quelli del­l'anima. I beni materiali sono pure ne­cessari, ma semplicemente come mezzi, non come ultima finalità.

 

LO SCEMO

Chi fa la breve strada che unisce Ca­tania alla Barriera del Bosco, facilmente è colpito dalla vista di un infelice. Co­stui percorre la via, poco curandosi del­le vetture, ed è intento a cercare qual­che cosa. Scorgendo un pezzetto di carta, o un filo di paglia, o un piccolo legno, con avidità si abbassa per raccoglierlo e lo conserva.

Quando ha fatto, secondo lui, un buo­no acquisto, depone tutto sopra un mu­ricciolo od in un angolo, e ricomincia la ricerca. Non si cura più dei mucchietti che lascia.

La gente lo guarda e lo compiange: E' uno scemo! -

Non fanno forse così coloro che si met­tono a capofitto nella ricerca dei beni terreni, senza darsi pensiero dell'anima?

Quell'infelice si affatica tanto a rac­cogliere pagliuzze e poi le abbandona; chi tesoreggia per questa vita soltanto, si affatica, si sobbarca a grandi sacrifici, logora la sua esistenza e poi, in un at­timo, suona l'ora della morte e lascia tutto.

Che cosa resta ai più ricchi commer­cianti ed ai banchieri appena giunge la morte? Lasciano tutto e non vi pensano più. Proprio come lo scemo della Barriera!

 

I FIGLI DELLE TENEBRE

- I figli delle tenebre, dice Gesù Cri­sto, sono nel loro genere più prudenti dei figli della luce. -

I figli delle tenebre sono quelli che te­soreggiano solo per questa vita. Costoro come sono intelligenti negli affari! Co­me sanno fare bene i loro calcoli! Se sba­gliano una volta, non sbagliano tanto facilmente un'altra. Come sanno appro­fittare del tempo opportuno per fare un acquisto o una vendita! Come conoscono l'economia nei viaggi, nei trasporti, nei depositi!... La loro intelligenza è così af­finata da poter fare da maestri nel loro campo.

Ma Iddio a costoro ha dato l'intelli­genza soltanto per gli affari temporali? Non c'è un altro affare, il più necessario ed impellente? Non dice Gesù: Una sola cosa è necessaria: salvarsi l'anima! -?

I figli delle tenebre, così prudenti ed intelligenti negli affari materiali, non capiscono niente degli affari spirituali. Parlate loro di anima, di vita eterna, di Dio, di morte..., vi risponderanno: Son cose che non mi riguardano; non ho tem­po da perdere con queste sciocchezze! - Intanto avranno da comparire al cospet­to di Dio. E come risponderanno per giu­stificare la loro condotta?

 

UN CIECO

Parecchi lustri or sono, andai a visi­tare un cieco, ricoverato nello stabili­mento degli invalidi, a Caltagirone. Era costui un vecchietto arzillo e lepido; ave­va fatto parlare tanto di sè in Italia ed all'estero.

Il cieco era Paolo Ciulla, grande falsi­ficatore di biglietti di banca.

- Come trascorrete qui il tempo? - chiesi io.

- Nella noia! Sono cieco e non posso svagarmi. Mi sollevo l'animo, soltanto quando posso intrattenermi in seria conversazione. I ricoverati sono vecchi, po­co istruiti e non c'è gusto a conversare con loro.

- Se non vi riesce di peso, racconta­temi qualche episodio della vostra vita. - E' stata un romanzo la mia vita! Ero abile in nove professioni; aspiravo a divenire un esponente delle banche d'I­talia e non potevo riuscirvi. Cominciai a falsificare la moneta italiana. Lavoravo nei pressi di Catania; di giorno lavoro, di sera un po' di aria in campagna. Il mio socio mi tradì e fui condotto al tri­bunale. Diversi direttori di banca assi­stevano alla disputa ed io facevo da im­putato e da avvocato. I miei biglietti era­no così perfetti, che i più competenti si ingannavano. Domandai metà condan­na, rivelando i segreti della falsificazio­ne e dello smercio. Mi fu accordata. Fi­nito il tempo del carcere, pensai di an­dare all'estero, nella speranza di non es­sere conosciuto e così lasciato in pace. A New York cercai lavoro; non ne trovavo. Ad ogni stabilimento, la solita ri­sposta: Non c'è lavoro! -

Una sera sul giornale lessi l'avviso di ricerca di operai specializzati. L'indoma­ni, di buon mattino, mi presentai e mi fu risposto: Non c'è lavoro! --... La questu­ra aveva messo sull'attenti tutte le dit­te, informandole del mio arrivo in Ame­rica. Allora fui costretto a falsificare il dollaro. Avevo preparato sessanta mila lire, che allora erano una somma. Nei giorni della lavorazione, quando uscivo verso sera a respirare un po' d'aria pura, i poliziotti entravano per la finestra nel­la mia camera, al sesto piano, e verifi­cavano il lavoro. Appena pronta la mo­neta e mèssala in tasca, mentr'ero in un viale, due poliziotti mi fermarono e mi tolsero il denaro. Fui condannato altri sei anni. Ritornato in Italia, lottando con la miseria, fui colpito anche dalla cecità, eretto dei molti acidi della lavo­razione della moneta. Ecco in breve la mia storia. -

Una grande intelligenza, un intenso la­voro, che cosa fruttarono a Ciulla? Fa­tica, miseria, carcere e cecità! Così sarà davanti a Dio per coloro che impiegano in male il talento della loro intelligenza!

 

LA VOLONTA'

La volontà è la facoltà regina; per mezzo di essa si deve tendere al vero be­ne, che è Dio. Prerogativa della volontà è la libertà.

Essere liberi vuol dire potersi decidere ad una cosa o ad un'altra, appigliarsi al bene oppure al male. La libertà è neces­saria, diversamente non si potrebbe me­ritare né il Paradiso né l'inferno. Iddio non violenta la libertà ad alcuno; dà la sua legge, dà i mezzi per osservarla,pro­spetta il premio ed il castigo e poi ascia che ognuno cooperi alla propria p lvezza eterna. Se manca la cooperaziorc indivi­duale, non ci si può salvare. Sant'Ago­stino dice: Chi ti ha creato senza il tuo concorso, non ti salverà senza il tuo con­corso. -

Come si vede, la volontà libera è un talento preziosissimo, ma pericoloso as­sai. Guai ad abusarne!

Per fare il bene, per decidersi anche alla più piccola opera buona, è necessa­rio l'atto della volontà; e poichè la na­tura umana è rimasta ferita dalla colpa originale, il fare il bene costa sacrificio. Intanto è necessario sforzarsi per repri­mere le voglie della guasta natura ed a­gire conforme alla retta ragione. Dice Gesù Cristo: Il regno dei Cieli richiede violenza e soltanto i violenti lo rapisco­no. -­

Tutti, uomini e donne, rispettano il talento della libertà? Purtroppo no; il sacrificio ripugna e ci si lascia trasci­nare dal piacere. La volontà, se non agi­sce fortemente, è trascinata dalle pas­sioni e presto o tardi diventerà schiava delle cattive voglie.

Quelli che dicono: Io sono libero e faccio quello che voglio! - meditino bene che dovranno rispondere a Dio di ogni atto umano che compiono.

 

RAFFORZARE LA VOLONTA'

La vista è fatta per la luce, l'udito per i suoni... la volontà per il bene. Chi ope­ra il male, abusa del talento della vo­lontà.

Gl'ignoranti, o meglio i malvagi, per scusare la loro cattiva condotta, soglio­no dire: Se mi dò in braccio alle passio­ni, la colpa non è mia; esse sono più for­ti di me! - Non è vero. La volontà uma­na ha tanta energia da superare, con la divina grazia, qualunque assalto del ma­le. E' necessario però l'aiuto divino e que­sto si ottiene con la preghiera e con l'u­so dei Sacramenti. Chi dice di non poter resistere alle forti tentazioni, ne ha sem­pre la colpa, perchè non ha la volontà di appigliarsi con energia ai mezzi lasciati da Dio.

Conosciuta la debolezza della volontà, si lavori per fortificarla e questo si ottie­ne compiendo con frequenza opere buo­ne e fuggendo le cattive occasioni. II fuo­co piega l'acciaio; l'occasione cattiva pie­ga la volontà.

 

META DA RAGGIUNGERE

Il giovane studente si sottopone a tan­ti sacrifici: limita il sonno, si priva di certe passeggiate per andare a scuola, subisce dei rimproveri e delle correzioni, paga le tasse scolastiche... Ma perchè, giovanotto, compi tanti sacrifici?... Per una promozione, che in seguito ti darà il pane.

Parecchi giovani, levatisi per tempo da letto, camminano verso una meta. Co­mincia la salita. Gronda il sudore, si af­fanna il respiro, la sferza del sole spossa di più, un passo falso fa rotolare e san­guina il ginocchio... Ma perchè, voi gio­vani, vi sobborcate a tanta fatica?... Per aggiungere la vetta del monte, per go­dere d'un bel panorama, per mettere un articolo di gloria sul giornale!...

Naturalmente, chi compie dei sacrifici, ha uno scopo da raggiungere; per nien­te, si fa niente.

Si tratta ora di raggiungere la gloria eterna, cioè il Paradiso. Quale premio maggiore?... Ebbene, per una ricompen­sa terrena, non si misurano i sacrifici, si fanno atti eroici di volontà; per una ri­compensa eterna, per essere ammessi tra gli Angeli alla visione beatifica di Dio, non si vuole soffrire, non si è disposti a compiere forti atti di volontà.

Dirà un giorno il Creatore: Perchè ne­gli interessi materiali avevi tanta forza di volontà? Non potevi averne almeno altrettanta per l'anima tua? -

 

L'ATLETA DI CRISTO

Il giovane era intelligente, buono e di bello aspetto. L'imperatore Diocleziano lo amava assai e lo mise a capo della pri­ma coorte romana. I due animi però era­no differenti: l'imperatore perseguitava fieramente i Cristiani, mentre il giovane era fervoroso seguace di Cristo.

L'ufficiale romano comprese la sua de­licata situazione: Se Diocleziano cono­scerà i miei sentimenti religiosi, il suo amore per me si cambierà in odio; o ri­nuncio al Cristo, e quindi al Paradiso, o metto in pericolo il mio nobile ufficio, la mia ricchezza e la mia stessa vita. Me­glio perdere i beni terreni anziché gli eterni. Il Divin Maestro ha detto: Che cosa giova all'uomo guadagnare tutto il mondo, se perderà l'anima sua? Che co­sa potrà dare in cambio di essa?... Chi ama la sua vita più di me, non è degno di me!... E' meglio andare al Paradiso con un occhio, con un braccio, con una gamba, anzichè all'inferno con due oc­chi, con due braccia o con due gambe. -

Il giovane, di forte volontà, preferì da­re la vita per il Re del Cielo, piuttosto che per l'imperatore sui campi di bat­taglia.

Allorchè Diocleziano seppe che il suo prediletto ufficiale era seguace di Gesù Cristo, lo rimproverò aspramente; ricor­se poi alle promesse e, non riuscendo, gli minacciò la vita.

La volontà del giovane era salda; ri­fiutò i doni e si disse pronto a morire. Fu legato ad un palo e quindi colpito da numerose frecce; si abbattè il corpo e fu creduto morto. Una pia signora segreta­mente rilevò l'ufficiale e lo curò a casa sua.

Il giovane, ristabilitosi, sfidando la morte, si presentò di nuovo all'impera­tore, il quale impallidì a vedere vivo co­lui che credeva morto. Con coraggio so­vrumano, l'ufficiale rinfacciò a Diocle­ziano i suoi misfatti, dicendosi pronto a morire per il Signore. Venne di nuovo le­gato e battuto con verghe, finchè emise l'ultimo respiro. Il cadavere dopo fu get­tato nella Cloaca Massima. L'atleta di Cristo è il Martire S. Seba­stiano.

 

L'AMORE

Il cuore è simbolo dell'amore. Anche il cuore è un talento divino.

L'amore nel mondo è la maggiore del­le leve. Ma perchè Iddio ha dato il cuore alle sue creature? Qual è lo scopo prin­cipale di questo talento? La Sacra Scrit­tura lo dice espressamente: Il primo e massimo comandamento è: amare Dio con tutto il cuore, con tutte le forze, con tutta l'anima. -

Ma quanti amano Iddio in questo mo­do?

Vediamo ora quale sia l'amore voluto da Dio e quale sia condannabile. Quando l'amore è rivolto alle persone secondo l'ordine stabilito da Dio, allora é buono e degno di ricompensa eterna. Lo sposo ama la sposa; i genitori amano i flgli; questi amano i genitori. Nessuno potrebbe dire che quest'amore sia riprovato da Dio.

Una donna coniugata palpita d'amore per un uomo, che non è il suo sposo; que­st'amore è condannabile.

Due persone, non legate dal matrimo­nio e senza intenzione di sposarsi, si a­mano svisceratamente; hanno gelosia che altri entri in quest'amore; il loro cuo­re è così legato, che per non dispiacersi sarebbero disposte a violare anche la leg­ge di Dio; quest'amore non è buono e potrebbe trascinare al fango morale.

Chi si lascia trasportare smoderata­mente dagli affetti sensibili, ha il tor­mento del cuore e non può godere la ve­ra pace. Dice Sant'Agostino: Tu, o Signo­re, hai fatto il nostro cuore per te ed es­so è inquieto flnchè in te non riposa. -

Le anime pie stiano attente a non ca­dere nella debolezza del cuore! Come po­trebbero dire al mattino ed alla sera, pregando: Vi adoro, mio Dio, e vi amo con tutto il cuore? Direbbero una bugia.

Nel rendiconto finale, quando Dio Giu­dice vedrà comparirsi le anime che han­no profanato il cuore, dirà: Che uso ave­te fatto del talento del cuore?... Non mi avete amato nel tempo, non mi amerete neppure nell'eternità! -

 

LA FIGLIOLANZA

Un uomo ed una donna si giurano fe­deltà ai piedi dell'Altare; il Ministro di Dio benedice il loro matrimonio.

Quale fine si propone Dio dalla con­vivenza dell'uomo e della donna? Popo­lare il Cielo di angioletti.

Intanto non si vogliono fastidi nella vita; sposare, si; figliuoli, no!

Il Creatore vorrebbe regalare dei bam­bini alla nuova famiglia; ogni bambino, ogni anima che viene all'esistenza, è do­no di Dio, è un prezioso talento.

I genitori si oppongono ai disegni del Sommo Creatore, ostacolano la vita e, se qualche fiore sboccia, lo sradicano. Questi infelici esseri, dopo la breve vita terrena, quale conto rigoroso non do­vranno rendere? - Servi iniqui ed infe­deli, dirà loro il Signore, cosi avete di­sprezzato i miei talenti? Andate nelle te­nebre, ove sarà pianto e stridore di den­ti! - Altri genitori, pur ricevendo i doni di Dio, cioè i figliuoli, non sanno custodire i preziosi tesori; anche costoro daranno conto.

- Datemi conto, dirà il Divin Giudi­ce, dei vostri figli!... Voi avete avuta tan­ta cura del loro corpo e del loro benes­sere materiale. Quale cura avete avuta dell'anima loro? Vi affidai preziosi talen­ti e non li avete custoditi. Perchè non davate ai figli il buon esempio? Perchè non v'interessavate della loro istruzione religiosa e della pratica della vita cri­stiana?... Avevo data la vocazione sacer­dotale a quel vostro figlio e la vocazione religiosa alla figliuola. Perchè avete ostacolato il cammino da me segnato? Vi a­vevo dato i talenti per i miei fini, non per i vostri capricci!... Vi tocca ora la sorte dei servi infedeli!... -

I genitori ci pensino bene alla loro grande responsabilità, se vogliono pre­sentarsi a Dio con la coscienza serena.

 

QUATTRO CONDANNATI

A Verona, nel grande ospedale, si rac­colgono 1e Suore in Cappella per ascol­tare la Santa Messa. Un buon numero di ricoverati, uomini e donne, fa compa­gnia.

Entrano pure quattro uomini, dall'a­spetto dignitoso e sereno. Alcune guar­die passeggiano nell'atrio della Cappella e chiacchierano sommessamente. Al com­parire dei quattro celebri personaggi, al­cuni sollevano lo sguardo e mirano con occhio di compassione.

Chi sono costoro?... Quattro condannati a morte, i quali fra un paio di ore dovranno essere giustiziati. Nel numero c'è anche il generale De Bono e Costan­zo Ciano. Vicende politiche hanno tra­scinato costoro alla sentenza di morte. Da alcuni mesi sono stati custoditi in un reparto dell'ospedale in attesa dell'ulti­ma ora; questa è prossima a scoccare.

Il cappellano ha impartito loro la Sa­cramentale Assoluzione, li ha disposti al gran passo ed ora essi ascoltano l'ultima Messa e ricevono l'ultima Comunione, come Viatico.

Con quanta fede si comunicano! Con quale fervore pregano il Dio Sacramen­tato!... Il balsamo divino scende nei cuo­ri a purificarli ed a rafforzarli.

Finita la funzione, i condannati vanno a consumare una piccola colazione. Ma chi ha voglia di mangiare? De Bono leg­ge la mestizia sul volto dei colleghi.

- E che, esclama, volete rinunziare alla colazione? State allegri!... Abbiamo Gesù nel cuore!... Da buoni fratelli, mettiamoci a tavola. - Ritorna la serenità.

Intanto suona la campana della vicina Parrocchia.

- E' il suono dell'Angelus! - dice De Bono. Salutiamo la Madonna per l'ulti­ma volta sulla terra. A mezzogiorno, al suono dell'altro Angelus, saluteremo la Vergine in Cielo! -

Tutti si alzano per dire la preghiera. Il generale intona l'Angelus in lingua la­tina; gli altri tre non sanno rispondere.

- Mi sembrate dei bambini! - con­tinua De Bono! Non siete capaci di ri­spondere in latino!

Finita la colazione, i condannati s'in­trattengono in conversazione, flnchè giunto l'ordine, si avviano al luogo del­la sentenza.

Con la fortezza e la serenità, che sol­tanto può dare la fede, i quattro uomini vanno incontro alla morte, sicuri di non morire del tutto, perchè prossimi ad en­trare nella vita eterna. Cade il loro corpo sotto la mitraglia, ma il loro spirito va a Dio.

O fede, come sei grande e preziosa!

 

SAPERE APPREZZARE

La fede è un dono di Dio; per mezzo di essa si crede pienamente a quanto Dio ha rivelato e si vive, su questa terra, in un'atmosfera di pace soprannaturale. Quanti milioni di creature non hanno avuto il dono della fede! Nell'Antico Te­stamento usufrui di questo dono il solo popolo ebreo, mentre gli altri popoli brancolavano nelle tenebre dell'errore. Il Cristo portò al mondo la Buona No­vella ed ordinò agli Apostoli di portarla a tutte le genti: Predicate il Vangelo ad ogni creatura ed insegnate a praticare quanto ho insegnato a voi. -

In venti secoli di Cristianesimo la lu­ce del Vangelo non è penetrata in ogni angolo della terra. Quanti ignorano an­cora la Redenzione compiuta dal Figlio di Dio e perciò vivono senza fede!

Noi siamo nati in paesi, ove la Religio­ne Cattolica sussiste da secoli. E non è forse un dono di Dio essere nati in quel lembo di terra, ove risplende la luce del Vangelo? Ma tutti apprezzano il grande dono?

Nell'atto del Battesimo il Signore ha messo nel nostro cuore i germi delle vir­tù teologali ed il primo è quello della fe­de. Questo seme da non pochi è trascu­rato, da taluni anche disprezzato.

- A chi più è dato, più sarà doman­dato! -

Il Sommo Padrone farà un giorno i conti con i suoi servi. Agli infedeli, a quelli cioè che saran vissuti nelle fore­ste, nelle plaghe selvagge, ove non sarà penetrata la luce del Vangelo, a costoro sarà usata più misericordia. A chi sarà nato in paesi cattolici, a chi avrà rice­vuto il Battesimo e sarà stato innestato al Corpo Mistico del Cristo, sarà doman­dato stretto conto.

- Quale frutto, dirà il Giudice, ha ap­portato la tua fede? Hai creduto a tutto ciò che ho rivelato? Sei vissuto in con­formità alla tua fede, praticando i miei divini insegnamenti?... - Come si scu­seranno coloro che non apprezzano og­gi la fede?

 

IL RISPETTO UMANO

Milioni di Martiri hanno dato la vita per la loro fede; altri ferventi Cristiani l'hanno professata e la professano anco­ra a fronte alta, fieri di appartenere alla sequela di Gesù.

Tanti invece hanno la fede languida, quasi morta, e si vergognano di apparire religiosi, restando vittima del rispetto umano.

Che dire di quel soldato che si vergo­gna del suo re? Di quel figlio che si ver­gogna del proprio padre? Di quel Cri­stiano che ha paura di apparire tale? - Chi si vergognerà di me, dice Gesù, da­vanti agli uomini, io mi vergognerò di lui davanti al Padre mio ed ai suoi An­geli! -

Ma perchè non praticare la fede? Per paura della critica altrui. - Chi sa che cosa diranno di me!... Forse rideranno alle mie spalle!... Mi diranno: Bigot­to!... - Oh, povere animucce! Sono de­gne di compassione, come l'uomo dell'a­pologo.

Un contadino andava al mercato, in compagnia del figlio decenne. Volendo approfittare dell'asinello, disse al figlio: Monta tu sulla bestia, così non ti stan­cherai; la via è lunga. -

Cammin facendo, incontrarono un ta­le, il quale si sentì in dovere di dire: Ra­gazzo ineducato, non ti vergogni di an­dare a cavallo e di lasciare a piedi tuo padre? -

Il contadino, per non essere criticato, invitò il figlio a scendere dall'asino e vi montò lui. Da lì a poco, un altro vian­dante esclamò: Contadino ignorante! Lui, abituato alla fatica, a cavallo; il fi glioletto, dalle membra tenere, a piedi!­ Per evitare la critica, il padre invitò il ragazzo a cavalcare. - Essendo a ca­vallo tutti e due, nessuno parlerà! -

Un terzo viandante si fece sentire: Po­vero asinello! Portare due sul dorso; ar­riverà sfinito a destinazione!

- Il contadino, sempre per evitare la cri­tica, disse al figlio: Andiamo a piedi tut­ti e due! Vedrai che nessuno più parle­rà! -

Dopo breve tratto, si udi una clamo­rosa risata: Ma guarda un po' che sce­na! Hanno l'asino e vanno a piedi! -

Il contadino indispettito disse: Ma co­me dovrei fare per accontentare la gen­te? Ho tentato ogni mezzo e non ci sono riuscito. Non mi resterebbe che portare io sulle spalle il mio asino. Ma questo sa­rebbe troppo! La gente riderebbe di più... Ed allora, basta! Ognuno dica ciò che vuole; io faccio come credo meglio!... Fi­glio mio, montiamo daccapo sull'asino e non badiamo più a quello che gli altri potrebbero dire! -

In tal modo arrivarono al mercato. L'apologo è molto significativo.

Chi non pratica la Religione, è criti­cato dai fedeli; chi la pratica, è criticato dai cattivi. Non resta che darsi genero­samente alla vita cristiana e disprezzare gli appunti degli sciocchi e dei perversi.

Quanti sono buoni con i buoni e cat­tivi con i cattivi! Ma la fede di costoro può piacere a Dio? No! Dice Gesù: Nes­suno può servire due padroni. -

Dunque, o si serve il demonio, facen­do il male, o si serve Dio, operando il bene. Chi dice di avere la fede e non l'ac­compagna con le opere, si sbaglia. La fe­de senza le opere è morta.

 

IL SANTUARIO DELLA FAMIGLIA

Dimorare in paesi cattolici è dono di Dio; ma essere nati in famiglia cattolica ed esemplare è maggior dono.

Quanti, se avessero avuti genitori re­ligiosi, sarebbero vissuti rettamente!

Tu, o lettore, sei venuto al mondo in famiglia cristiana; avrai avuto una mam­ma molto pia, la quale, sin dai tuoi pri­mi anni, ti avrà guidato al bene con l'e­sempio e con la parola. Crescendo negli anni, tu avrai soffocato i buoni insegna­menti materni, per seguire i perfidi con­sigli dei cattivi compagni.

Al giudizio di Dio ti sarà chiesto con­to anche di ciò. Ti dirà il Signore: Quale frutto ha apportato all'anima tua l'es­sere appartenuto a famiglia religiosa? Perchè non hai approfittato dell'esempio della madre, di quella sorella pia, di quel fratello devoto?... Se io, tuo Dio, avessi fatto un simile dono ad altra anima, ne avrebbe usufruito e si sarebbe salvata! Va', infelice, nel numero dei servi infe­deli! -

 

GUAI A TE!

Gerusalemme, la città santa, era de­cantata dai Profeti. Vi sorgeva il Tempio del vero Dio. Avrebbe avuto l'onore di vedere il Messia, di ascoltarne la voce, di assistere ai suoi prodigi. Quante bene­merenze! Quale città avrebbe avuto un simile dono?

Gerusalemme comprese il dono di Dio? No, anzi lo disprezzò e si rese rea di dei­cidio.

Gesù non si riprometteva tanta ingra­titudine dalla città santa ed in un mo­mento di grande dolore pianse. Esclamò allora: Gerusalemme, Gerusalemme, tu uccidi i Profeti e lapidi coloro che sono inviati a te! Quante volte ho voluto radu­nare i tuoi figli, come la gallina raduna i suoi pulcini sotto le ali e tu non hai voluto! Oh, se tu conoscessi il dono di Dio e chi è Colui che vuoi mettere a mor­te! Ma i tuoi occhi sono chiusi! Poiché non hai conosciuta l'ora della tua visita, verrà giorno in cui sarai circondata d'as­sedio e sarai distrutta! -

Il castigo predetto da Gesù piombò su Gerusalemme.

Altre città della Palestina furono predilette dal Signore; in esse operava fre­quenti miracoli. Ma gli abitanti ne ap­prezzavano il dono? Corrispondevano ai disegni di Dio? Tutt'altro!

Gesù Cristo, conoscendo la grande re­sponsabilità di queste città, esclamò ad­dolorato: Guai a te, Corozain, guai a te, Betsaida! Che se in Tiro e Sidone fos­sero stati operati i prodigi fatti in mez­zo a voi, già da tempo avrebbero fatto penitenza in cilizio ed in cenere. Nel giu­dizio perciò Tiro e Sidone saranno trat­tate meno rigorosamente di voi. E tu, Cafarnao, già esaltata sino al Cielo, sa­rai sprofondata sino all'inferno! -

 

RIFLETTI BENE!

Le città di cui parla Gesù sono sim­bolo delle anime più favorite. E' un fat­to che Iddio è vario nei suoi doni; il nu­mero dei talenti non è uguale per tutti.

Ci sono anime sulle quali Gesù conce­pisce grandi disegni e quindi le ricopre di grazie speciali; Egli si ripromette buo­ni frutti ed abbondanti.

Anima cristiana, non sei forse anche tu nel numero di costoro? Non ti ha fat­to sentire Gesù la sua voce dall'infanzia? Non ti ha fatto gustare le delizie del suo amore? Non ti ha liberata da tanti pe­ricoli? Non ha nutrito il tuo spirito col venire frequentemente nel tuo cuore per mezzo della Comunione? Non ti ha fatto comprendere la nullità delle cose del mondo? Non ti ha illuminato la mente con tante grazie speciali?... Come hai corrisposto tu a tanti doni? Ti sei forse resa indegna, come Gerusalemme e co­me Cafarnao? Rifletti bene: A chi più è stato dato, più sarà domandato!

Per qualche tempo sei stata generosa con Gesù; ma poi ti sei stancata. L'esem­pio altrui, le attrattive del mondo, il fuo­co delle passioni, la debolezza del cuo­re... hanno ridotto il tuo spirito in uno stato di paralisi e di cecità. Quali sono i frutti che tu dài al presente al tuo Dio?

Forse, più che gioie arrechi dispiaceri a Gesù!... Risorgi dal tuo stato e medita la parabola, che Iddio stesso ti narra: Ave­vo una vigna in un colle fertile. La cir­condai di siepe, ne tolsi le pietre, la riem­pi di scelte viti, edificai nel mezzo di es­sa una torre, vi costruì un frantoio ed aspettai che facesse delle uve; ma non fece che delle lambrusche. Che cosa a­vrei dovuto fare di più per la mia vigna e non l'ho fatto? Ed allora, perchè dopo avere aspettato che mi facesse l'uva, mi ha fatto delle lambrusche? Ma ora farò conoscere quello che intendo are alla mia vigna: ne toglierò la siepe ed essa sarà devastata; ne toglierò la cinta di pietre e sarà calpestata. La lascerò in abban­dono e non sarà né potata né sarchiata; sarà ricoperta di sterpi e di spine ed inol­tre comanderò alle nubi di non lasciar cadere l'acqua sopra di essa. -

Guai alle anime predilette se non cor­rispondono alle premure di Gesù!

 

LA DIVINA CHIAMATA

Un giovane si presentò a Gesù: Mae­stro buono, che cosa devo fare per en­trare nella vita eterna? - Rispose Ge­sù: Osserva i Comandamenti. - Li ho osservati sin dall'infanzia. - Allora, continuò il Signore, se vuoi essere per­fetto, va', vendi quanto hai e dàllo ai po­veri; poi vieni e seguimi; avrai un tesoro in Cielo. -

Il giovane si contristò; era molto ric­co e non voleva rinunziare ai piaceri del­la vita. Gesù lo guardò con occhio di com­passione e disse: Com'è difficile che un ricco entri in Paradiso!... Nessuno, che dopo aver messa la mano all'aratro vol­ge indietro lo sguardo, è adatto per il re­gno dei Cieli. -

Quel giovane aveva udito la voce di Gesù «Vieni e seguimi! », ma non volle seguire la divina chiamata. Si sarà poi salvato? Dio solo lo sa.

Il Signore fa sentire la sua voce a cer­te anime, invitandole a vita più perfetta; non fa a chiunque un tale dono. Si dovrebbe stimare molto questo atto di predilezione, che comunemente si chiama «vocazione a vita più perfetta».

La vocazione è varia: al Sacerdozio, alla vita del convento, al celibato nel mondo, ovvero all'apostolato laico.

Chi risponde alla divina chiamata e traffica il talento ricevuto, avrà il centu­plo in questa vita ed il Paradiso nell'al­tra. Chi chiude l'orecchio alla voce di Gesù, il quale batte alla porta del cuore, e preferisce la vita, meno perfetta, potrà salvarsi ancora, ma con difficoltà, pri­vandosi delle grazie di predilezione.

Il dono della vocazione è unito al peso cella responsabilità. Dice il Signore nel libro dei Proverbi: Poichè io chiamai e voi non ubbidiste, io pure nella perdizio­ne vostra riderò e vi schernirò –

 

I MOVIMENTI DELLA GRAZIA

Le ispirazioni sono doni che Iddio fa all'anima, illuminando la mente e muovendo il cuore al bene. Con le ispirazioni noi siamo alimentati spiritualmente, co­me la pianta è alimentata dall'acqua ed il fiore dalla rugiada.

In mille modi lavora il Signore nelle anime e desidera la corrispondenza. Che cosa sono certi buoni pensieri, se non do­ni della grazia? Una predica udita, un buon libro letto, un consiglio del Confes­sore, un buon esempio avuto, una delu­sione del cuore, una riflessione davanti ad un cadavere, il ricordo doloroso dei peccati... di tutto ciò e di tante altre co­se si serve Iddio per giovare alle anime. Le ispirazioni non sono frutto nostro, ma della grazia; se vi corrispondiamo, le ispirazioni diventano efficaci; diversa­mente, restano inefficaci e di esse dare­mo conto a Dio.

Quante volte, o anima cristiana, hai avvertilo i movimenti della grazia nel tuo cuore! Ne hai saputo approfittare o sei rimasta insensibile? Di ogni ispira­zione avuta darai conto a Dio.

 

PADRE, DAMMI GESU'!

Un Missionario aveva un esteso terri­torio da accudire spiritualmente. Quan­tunque si moltiplicasse nel lavoro, non poteva giungere a fare il puro necessa­rio. Si fermava alcune settimane in un villaggio, o in un isolotto, o in una plaga abitata presso un fiume, e il gettava a larghe mani il seme della parola di Dio, raccogliendone presto i frutti: battesimi, matrimoni regolati, amministrazione di Sacramenti. Dopo parecchi anni ritor­nava sul posto, per assodare il bene se­minato prima.

Ora avvenne di ritornare in un villag­gio dopo otto anni. Mentre una mattina si disponeva a celebrare la Santa Messa, gli si fece innanzi un uomo, di età ma­tura, che gli disse: Padre, durante la Messa dammi Gesù; voglio comunicarmi.

- Bravo! Lodo la tua buona volontà. Ed allora conféssati subito.

- Confessarmi? E perchè? Io non ho bisogno di confessarmi. Tu hai detto che chi non ha gravi peccati, può comuni­carsi. In questi otto anni, dopo che mi confessai con te, non ho commesso al­cun peccato grave. Sono stato sempre at­tento a fare quanto tu mi hai insegna­to. -

Il Missionario si commosse ed andò col pensiero a coloro che abitano nei paesi civili e cattolici. Quanta diversità!

Il perdono dei peccati, che Iddio ci concede per mezzo del Sacramento della Confessione, è un dono prezioso. Ed in realtà, non è un gran dono essere riam­messi all'amicizia del Signore?

Tu, anima cristiana, hai riflettuto mai sulla responsabilità di questo Sacramen­to? Te ne servi sempre in bene, oppure abusi del dono di Dio? Sei forse di co­loro che dicono: Per adesso pecco... e poi mi confesserò! -? Per certi infelici la facilità di ricevere il perdono dei peccati è un mezzo di più facile caduta.

Anche dell'abuso di questo dono di Dio si sarà giudicati.

 

CONCLUSIONE

Essendo Gesù uscito di casa, se ne sta­va in riva al mare; subito si radunò at­torno a Lui molta folla, tanto che, en­trato in barca, vi si pose a sedere mentre la folla stava sulla riva. E parlò ad essa di molte cose per via di parabole, dicen­do: Ecco che il seminatore uscì a semi­nare. E mentre spargeva il grano, una parte del grano cadde lungo la strada; vennero gli uccelli del cielo e lo becca­rono.

Un'altra parte cadde in luoghi sassosi, dove non c'era molta terra, e subito ger­mogliò, perché la terra non era molto profonda; ma, levatosi il sole, fu riarsa e non avendo radici seccò.

Un'altra parte ancora cadde tra le spi­ne e crebbero le spine e la soffocarono. Il resto finalmente cadde nella terra buo­na e diede frutto, dove il cento per uno, dove il sessanta e dove il trenta. Chi ha orecchi per intendere, intenda! - Questo scritto, con le sue argomenta­zioni, è un ammasso di grano spirituale, destinato a scendere nei cuori. Tutti fa­ranno fruttare il buon seme? Qualcuno leggerà queste pagine con leggerezza, quasi sorvolando, più per cu­riosità che per interesse. Il buon seme in costui non darà alcun frutto; sarà come il grano caduto lungo la strada.

Altri leggeranno con un poco d'inte­resse, ma non riceveranno utilità alcu­na, perchè il loro cuore è duro, è pieno di sassi, simbolo dell'impurità. - L'uo­mo animale, dice la Scrittura, non com­prende le cose spirituali. - Per il letto­re, vittima dell'impurità, questo buon se­me sarà sterile, non potrà mettere radici.

Altri ancora leggeranno questo scrit­to, dicendo in cuor loro: Sì, bisognerà dar conto di tutto al Creatore! Ma in­tanto come si fa a vivere con tanta vi­gilanza ed in mezzo alle rinunzie?... -

Costoro hanno il cuore ricoperto di spi­ne, sono troppo ingolfati negli affari temporali e presto resteranno soffocati i buoni sentimenti avuti.

Altri lettori, desiderosi di progredire nel bene, leggendo queste pagine pren­deranno generose risoluzioni. Costoro fa­ranno fruttare il buon seme o con il cen­to per uno, o con il sessanta o con il trenta.

 

Anima, cristiana, in quale categoria di lettori vorrai metterti?... Questo scritto è un dono di Dio. A suo tempo darai con­to al Signore anche di questa pia lettura.

In questo piccolo trattato si è consi­derata la Divina Giustizia. Il cuore uma­no potrebbe sgomentarsi al pensiero dei rigori di Dio. E' necessario non abbat­tersi; però bisogna pentirsi del male operato e sperare in Dio.

F I N E