(RITORNA ALLA HOME PAGE)

 

LA FEDE

Don Giuseppe Tomaselli

 

INTRODUZIONE

Quadri se ne espongono a profusione, ma non tutti sono interessanti.

C'è un quadro che attira l'attenzione ed è l'espressione del sentimento religio­so del pittore.

Vi è raffigurato il paradiso terrestre, con Adamo ed Eva ai piedi dell'albero della «scienza del bene e del male»; il loro volto è triste, perché hanno già peccato.

In basso, un po' lateralmente, c'è una Croce che poggia sopra un Tabernacolo. Il pittore scrisse alla base del quadro «Mistero di fede!»

Ed invero è mistero di fede credere che una disubbidienza a Dio, commessa migliaia di anni addietro da Adamo ed Eva, nostri progenitori, possa ancora portare conseguenze a tutta l'umana ge­nerazione.

E' mistero di fede l'Incarnazione del Figlio di Dio, il quale redense il mondo patendo e morendo sulla Croce.

E' mistero di fede il credere che Gesù Cristo, sebbene morto come uomo, sia ri­masto ancora vivo nel mondo, sotto le  Specie Eucaristiche, in tutti i Taberna­coli.

Prima dell'amministrazione del Batte­simo, il Sacerdote rivolge al battezzando una domanda di rito, alla quale rispon­de il padrino:

Che cosa chiedi alla Chiesa di Dio? - La fede.

- Che cosa ti dà la fede? - La vita eterna.

Cosa è questa fede, tanto preziosa e potente da aprirci le porte del Paradi­so?... Chi ce la può dare?... Come si conserva e come si accresce?... In che con­siste la vita di fede?...

Questo scritto si propone d'illustrare vari quesiti riguardanti la fede, in ma­niera piana, adattandosi alle esigenze della massa dei fedeli.

E' necessario ed urgente parlare della fede, poiché da non pochi si vive senza fede e da tanti altri con fede languida, quasi spenta.

Il periodo storico che attraversiamo potrebbe definirsi « il secolo dello sban­damento dalla fede».

Il Papa Paolo VI, vigile custode della fede divina, in occasione del diciannove­simo centenario del martirio dei Santi Pietro e Paolo, indisse nel 1967-'68 l'An­no della Fede e formulò un'eccellente simbolo di fede, che si riporterà a chiu­sura di questo scritto.

 

PROEMIO

IN ALTO!

Partito dall'aeroporto di Napoli, giun­si a quello di Fiumicino, Roma, nel mo­mento in cui il quadrimotore stava per spiccare il volo per la Francia.

Per puro favore mi fu permesso pren­dere posto nell'aereo, poiché si dovette rimettere la scaletta della montatura dei passeggeri.

Un discreto giro sulla lunga pista, indi un attimo di sosta, poi tutti i motori in azione e via!

E' suggestivo, per le prime volte, il tro­varsi in aria, sospesi tra cielo e terra. Ormai in aereo si viaggia comodamen­te, senza scosse; sembra di stare fermi. Qualche volta appare sullo schermo anteriore la scritta in rosso: « Allacciare la cintura »; quando il pilota prevede qualche tratto di percorso in aria irrego­lare, premunisce in tal modo i viaggiatori.

A tutto agio si può guardare dal fine­strino, attraverso il vetro. Si sta proprio bene.

Sulla terra e sul mare si può sentire troppo freddo o troppo caldo; sull'aereo l'aria è condizionata.

Si vedono dall'alto cavalloni di nubi, saette che guizzano e che potrebbero sca­ricarsi sulla terra; sull'aereo invece splende il sole, perché si sta molto in al­to e si è al di sopra di questi disturbi at­mosferici.

Si sta fermi, comodamente seduti, ep­pure si divorano i chilometri.

Il volo in aereo è una piccola immagi­ne della vita di fede.

Chi non ha fede e vive nel mondo e del mondo, deve respirare l'aria asfis­siante del materialismo e necessaria­mente deve pensare:

Oggi ci sono; ho la vita. E domani?... Potrò ritornare nel nulla con la morte! Soffro! E perché devo soffrire? Meglio non esistere!

Che scopo ha il bene che faccio, se il beneficato non mi è grato?

Lavoro per ammassare denaro. Di chi sarà, morendo, il frutto delle mie fati­che? -

Chi non ha fede, per non restare schiac­ciato da questi assilli, cerca di distrarsi e si getta a capo fitto nei piccoli e tran­sitori piaceri del momento. Trascorre la vita come un viandante sbandato, tra nebbia e tenebre.

Invece chi ha fede è sempre sotto la luce del Sole Divino; è come l'aereo che vola in alto.

Sa perché è stato creato e sa che è di­retto alla patria celeste; è sicuro che mo­rendo continuerà a vivere, perché sa per fede che con la morte non viene tolta la vita, bensì viene mutata.

Chi ha fede, comprende che la soffe­renza è purificazione e fonte di meriti, è caparra di felicità eterna, basandosi sulle parole di Gesù Cristo: La vostra soffe­renza si cambierà in gaudio.

Fa il bene a piene mani, anche agl'in­grati, perché aspetta la ricompensa da Dio e non dagli uomini.

Chi ha fede, lavora per ubbidire ad una legge universale, imposta da Dio; si contenta del necessario, non sperpera il denaro e si serve del suo superfluo per beneficare i bisognosi.

Pur trovandosi sulla terra dei disagi, vive nella pace di Dio, supera col divino aiuto le prove della vita e muore rassegnato e sereno, fiducioso di assere am­messo al gaudio eterno.

Beato chi ha fede e vive di fede! In­felice chi ne è privo, perché vive irre­quieto e morrà male!

 

FINE DEPLOREVOLE

In attesa del notturno « Roma-Sicilia », per utilizzare in qualche modo il tempo, volli fare in macchina un giro per le vie principali di Roma. Un gentile signore si prestó ad accompagnarmi.

Sulla via che fiancheggia il Pincio, sta un alto muraglione.

- Reverendo, disse quel signore, guar­di lassù, in alto! Osservi quella rete! Pri­ma non c'era, ma si è stati costretti a metterla perché dall'alto del muraglione si sono gettati parecchi per suicidarsi. La Polizia ha messo questo riparo. -

Si rifletta! Togliersi la vita! Quale pazzia! E' preoccupante il numero di quelli che giornalmente si suicidano.

D'ordinario si decidono a questo triste passo coloro che non hanno fede, pen­sando che con la morte tutto finisce. Questi sventurati, trovandosi sotto il pe­so di grande angoscia, concludono: E' meglio farla finita!

Chi non ha fede, è cieco; non vede spi­raglio di luce; è un'esistenza fallita.

 

FELICE!

Nell'ultima casetta di un piccolo vil­laggio dimorava una donna, che viveva di raccoglimento e di preghiera; passava i giorni nel fervore più vivo e nella fede più profonda.

Era sofferente e non poco. I mali s'in­tensificarono nel suo corpo, finché prese il sopravvento un male incurabile.

Quella donna, alla luce della fede, ave­va compreso che la sofferenza è dono amoroso di Dio, poiché fa aprire gli oc­chi ed avvicina a Dio.

Non solo accettava le croci quotidia­ne, ma ne andava a caccia e bisognava moderarla.

Era una convertita. Diceva Ero tanto lontana dalla buona strada. Sono arrivata a Dio passando attraverso i diavoli. Dalle tenebre sono pervenuta alla luce della fede. Che gioia! Che bea­titudine!

Visitata da un amico, Roberto De Flers, aprì il suo animo candidamente. Fu questo il colloquio:

- A Parigi ed in gran parte della Francia si parla di lei. Sono passati de­gli anni e la stampa francese la tiene ancora presente. Come sta in salute? - I medici non comprendono come io sia ancora in questo mondo.

- Soffre?

- Intensamente!

- I medici non promettono di atte­nuare questi dolori?

- Lo promettono, ma spero e mi au­guro che non ci riescano. Non si può comprendere quanto io sia felice!

- Nonostante tanti dolori?

- Appunto per questo! Sono felice perché soffro. A dire il vero i primi mesi dopo la mia conversione furono duri... per esitazioni, dubbi e chiaroscuri. Ma da che è sorto il giorno della vittoria su me stessa, quanta gioia mi pervade l'ani­ma! Sono stata colmata di doni dal buon Dio, soprattutto perché mi ha data la fede. Anche la mia figliuola Giovanna, prima lontana da Dio, oggi condivide la mia fede.

Amico mio, pregherò per lei. Quando le parlano di me, dica a tutti quelli che mi conoscono che lei ha veduta la più felice, la più perfettamente felice tra le donne. -

La buona signora soleva scrivere il suo diario e riversava su quelle pagine il tor­rente dei suoi sentimenti.

Mentre tutti si agitano per diventare ricchi a qualunque costo, il mio spirito è rivolto a cose più sublimi.

L'orazione è il mio palazzo. Ho sempre in fondo al cuore la lampada della fede che mi rischiara. O mio buon Gesù, quando farai di questa piccola lampada un faro che abbagli? Io non vivo che di questa attesa, di questa speranza: bru­ciare e morire d'amore per Te, che sei morto d'amore per me! Grazie, Gesù mio, dei mali che ho addosso! Mi mera­viglio io stessa come possa essere felice sotto la croce. Cosa sarà il Paradiso, se posso sentirlo già in questo mondo e conme è stato che la mia felicità non è definibile? Non trovo parole adatte a dimostrare la mia felicità, perchè le mie parole sono limitate, mentre la mia gioia è senza confini. -

Chi è la donna che parla cosi?

E' Eva Lavalliére, la stella del teatro di Parigi. Per venti anni fece l'artista, acclamata freneticamente dal pubblico e dai giornalisti francesi.

Viveva lontana da Dio; era immersa nelle vanità della vita; non le mancava nulla agli occhi del mondo.

Visitando un giorno la grotta di Lour­des, si accorse che le mancava tutto; le mancava la fede.

Dato l'addio al mondo, malgrado le pressioni degli artisti e della stampa, non tornò indietro.

Trascorse il resto della vita alla luce della fede e fu felice.

Prima di morire, non potendo più par­lare, strinse il Crocifisso con tutte le for­ze che le rimanevano e lo fissò a lungo. Dopo qualche istante spirava.

Quale differenza tra Eva Lavalliére, illuminata dalla fede, e tante altre per­sone prive di fede, che dopo essersi di­battute tra le amarezze della vita, chiu­dono la loro giornata terrena sotto le rotaie d'un treno o con un salto dal bal­cone o con una pallottola al cervello o col veleno nelle viscere!

La sola fede è il sole che illumina, ri­scalda e feconda; l'esserne privi è la più grande sventura dei mortali.

Come si vede, la prima categoria delle virtù è quella delle teologali e la prima delle tre teologali è la fede.

 

FEDE UMANA

Fede significa prestare credito a chi parla.

C'è la fede umana, che consiste nel credere a chi giudichiamo ne sappia più di noi. Perciò i figli credono ai genitori, i piccoli ai grandi, gli scolari al maestro...

La fede umana può essere anche sto­rica; quindi si dà credito a quanto gli storici trasmettono con i loro scritti.

La fede umana potrebbe riguardare verità ovvero dubbi o falsità, poiché è umano l'errare.

In coscienza non si è tenuti a prestare credito alla fede umana.

 

FEDE DIVINA

Tra la fede umana e la divina c'è un abisso di differenza, poichè le verità divine sono certe ed indiscutibili e chiun­que ne nega semplicemente una o volon­tariamente la mette in dubbio, commette colpa grave e si rende degno del fuoco eterno.

Si viene a parlare di questa fede divi­na, soffermandoci sui punti essenziali che interessano di più i fedeli.

Se ne dà la definizione.

La fede è una virtù teologale, che in­clina l'intelligenza, sotto l'influsso della volontà e della grazia, a dare fermo as­senso alle verità rivelate, fondandosi sul­l'autorità di Dio rivelante.

La fede ci unisce a Dio, Verità Infini­ta, facendoci entrare in comunione col pensiero divino, perché ci fa conoscere Dio come si è rivelato Egli stesso e così ci prepara alla visione beatifica.

 

VIRTU' ESSENZIALE

Nell'Antico Testamento la fede è pre­sentata come virtù essenziale, da cui di­pende la salvezza o la rovina.

Dice la Sacra Scrittura: Credete nel vostro Dio e sarete salvi (II Paralipòme­ni XX-20).

Se non credete, sarete distrutti. (Isaia VII-9).

Questa fede dev'essere accompagnata dalla confidenza, dall'abbandono e dal­l'amore di Dio.

Anche nel Nuovo Testamento la fede è dichiarata virtù essenziale, per cui d'ordinario credere significa professare il Cristianesimo e non credere significa non essere cristiani.

Gesù Cristo asserisce: Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; ma chi non crederà, sarà condannato. (Marco XVI-­16).

 

INTELLIGENZA E VOLONTA'

Il credere è prima di tutto un atto del­l'intelligenza umana, perché si tratta di conoscere una verità. Ma poiché le veri­tà divine non sono intrinsicamente evi­denti, la nostra adesione ad esse non può farsi senza il concorso della volontà, la quale ordina all'intelligenza di studiare le ragioni di credere è, quando queste ragioni sono convincenti, le comanda di darvi l'assenso.

Poiché il prestare fede a quanto Dio rivela è un atto soprannaturale, vi deve intervenire la grazia divina, sia per illu­minare l'intelligenza, sia per aiutare la volontà a dare il suo assenso.

Ne consegue che la fede è un atto li­bero, soprannaturale e meritorio.

 

VERITA' SOPRANNATURALE

Essendo lo scritto diretto al popolo, conviene chiarire meglio il fin qui detto. Certe verità sono chiare. Ammettere che due più due facciano quattro, non è certamente un atto di fede; lo è invece il credere ciò che non si vede e che non è evidente.

Le verità naturali, matematiche, chi­miche e fisiche, si possono comprendere perchè sono alla portata dell'intelligeén­za umana.

Le verità soprannaturali superano la capacità della nostra intelligenza e quin­di non è possibile abbracciarle e pene­trarle appieno.

Può prendersi dell'acqua e riempire una bottiglia, una botte... Ma, umana­mente parlando, è impossibile trovare un recipiente capace di contenere tutte le acque degli oceani. Alla stessa guisa, e più ancora, le verità divine, che riguar­dano l'Infinità di Dio, sono così grandi ed immense che nessuna mente umana, per quanto elevata sia, può abbracciarle pienamente.

Le verità rivelate sono superiori alla nostra ragione, ma non contrarie. Noi le crediamo non per la loro evidenza, ma per l'autorità di chi ce le rivela, cioè di Dio, il quale non può ingannarsi né in­gannare.

Chi, per esempio, può comprendere il mistero della Santissima Trinità? Nes­suno! Tuttavia noi lo crediamo fermamente perchè ce l'ha rivelato Gesù Cri­sto, il quale in mille modi ha provato al mondo la sua Divinità.

 

AL TELEVISORE

Non sono un appassionato del televi­sore; il mio tempo è destinato ad altro; ma certe trasmissioni occasionali non le lascio sfuggire.

A Messina, il 27 dicembre 1968, alle ore 21,30, ero davanti al video con un gruppetto di Sacerdoti; si stava allora in attesa del ritorno dell'astronave dalla luna.

La trasmissione era effettuata a tre­cento ottantamila chilometri dalla terra. Apparve in alto, come sperduto nello spazio, il globo terrestre. Il commenta­tore della televisione diceva: Questa è la migliore foto della terra, che sinora ci sia pervenuta.

Fui colpito da un fatto strano. Era in visione il nostro emisfero; vi si distin­gueva la sagoma dell'Inghilterra; il Mediterraneo appariva come una fossetta oscura. La zona corrispondente all'Italia, alla Germania ed alla Russia non si di­stingueva bene; su di essa stava una fi­gura di donna, in piedi.

- Strano! - dicevo tra me. Cosa c'en­tra questa donna sulla terra? Potrà dar­si che se ne sia combinata per caso la fi­gura. Potrebbe anche darsi che ci sia la intercezione di altre onde visive vaganti nello spazio. Però la figura di donna è evidente e ne è ben delineato il corpo.

Per assicurarmi chiesi ad un Monsi­gnore, che mi stava accanto: Lei vede quella figura di donna?

- Sì, la vedo. E' proprio una donna. - La scena si protrasse e frattanto potei interpellare parecchi dei presenti. Si af­fermava unanimamente che si vedeva una donna sopra quasi un terzo dell'emi­sfero visibile.

Avrei dovuto seguire tutti i particolari del fenomeno; ma l'interrogare più volte i presenti, mi fece perdere qualche bat­tuta.

D'un colpo cambiò la scena.

Apparve un occhio a centro del video; si distingueva con molta chiarezza an­che il ciglio ed il sopracciglio. Avrebbe potuto farsi una foto. Lo vedevamo tutti i presenti.

Come spiegare tale scena? L'indomani avendo riflettuto meglio, conclusi:

Se la scena di ieri sera fu un caso na­turale, dovrà apparire sulle foto dei gior­nali e delle riviste. Se invece fu un feno­meno mistico, permesso da Dio in que­gli istanti, non apparirà nulla sulle foto saranno pubblicate.

Difatti non fu pubblicato nulla in pro­posito. Fu visto dove fu visto e da chi fu visto.

Il fatto non fece tanto rumore. Forse, pur essendo stato constatato da tanti il fenomeno, taluni non ne avranno fatto caso ed altri ne avranno fatto semplici commenti familiari.

Proprio l'indomani parlai di questo ad un medico chirurgo ed alla sorella professoressa. Mi risposero: Abbiamo visto anche noi quella donna sul video e te­neva sul grembo un bambino.

Raccontai il fatto ad un altro signo­re, che mi rispose. Ho visto pure io quel­la donna; ma non doveva essere una semplice donna, piuttosto la Madonna. Chiamai subito tutti i miei figli ed an­ch'essi videro quello che io vedevo. Anzi vicino alla Madonna, lateralmente, c'era la figura di un uomo, che secondo me doveva essere San Giuseppe.

In quei giorni tenevo una conferen­za... sempre a Messina; approfittai per accennare il fenomeno del 27 dicembre. Una professoressa chiese la parola e dis­se: L'ho visto pure io ed aggiungo che la Madonna ad un dato momento si mosse.

Ci si è diffusi in questa narrazione per fare delle considerazioni opportune.

Si è tenuti a prestare fede a quanto è stato narrato? Qui si tratta di fede puramente umana; chi non vuol credere, non fa alcun male. Chi invece non vo­lesse credere che Gesù Bambino è il Fi­glio di Dio, fatto uomo, e che è nato da Maria Vergine, farebbe un grave pec­cato contro la fede, perchè queste sono verità rivelate da Dio.

Chi poi dicesse: Io sono convinto che quella Donna col Bambino e quell'uomo erano i componenti dalla Sacra Fami­glia! - non farebbe nulla di male. An­che lo scrivente è di questo parere ed ec­cone i motivi plausibili.

Si era nel tempo natalizio, due giorni dopo il Natale. Nel momento in cui mi­lioni e milioni di spettatori guardavano al televisore il globo terrestre... piccola pallina rotante nello spazio... forse il Si­gnore avrà prodotto quel fenomeno mi­stico, reale non materiale, per ricordare agli abitanti della terra: In questo vo­stro pianeta, uno dei milioni da me crea­ti, ove peccarono il primo uomo e la pri­ma donna, io, Dio, mi feci Uomo per ri­parare la Divina Giustizia e salvarvi. Mi­rate me, la mia Vergine Madre ed il mio Padre Putativo! Ogni anno nel Natale voi ci ricordate nel globo e noi in questo momento vi benediciamo!

Il grande occhio apparso potrebbe raf­figurare la presenza di Dio nel globo, per­chè alla Divinità non resta nulla occulto di quanto avviene nel mondo.

 

PAROLA DI DIO

Per avere maggiore delucidazione sulla fede, ascoltiamo la Sacra Scrittura. Pensate bene di Dio e cercatelo con sincerità di cuore, perchè Egli si fa tro­vare da chi non lo tenta e si fa vedere da chi ha fede in Lui. (Sapienza I-1) Chi è incredulo, non ha in sé un'ani­ma giusta; invece il giusto vivrà per la sua fede. (Abacuc II-4) -

Le più eccellenti illustrazioni sulla fe­de sono date da Gesù Cristo, che annet­te la massima importanza a questa virtù.

Il Divin Maestro operava miracoli, ma sempre per la fede ed a misura della fede. Il Centurione chiese a Gesù la guari­gione del suo servo ed aveva il cuore pie­no di fede.

Gesù ne restò ammirato e gli disse Va'; e come hai creduto ti avvenga! - Ed in quell'istante il servo fu guarito. (Matteo VIII-13)

Una donna, che da dodici anni pativa perdita di sangue; si accostò a Gesù e tra la folla riuscì a toccargli il lembo della veste, poiché diceva dentro di sé: Solo che io tocchi la sua veste sarò guarita.

Gesù, rivolgendole lo sguardo, disse: Confida, o figlia! La tua fede ti ha sal­vata.

E da quell'istante la donna fu liberata dal suo male. (Matteo IX-20)

Due ciechi seguivano Gesù gridando e dicendo: Figlio di Davide, abbi pietà di noi!

Gesù disse loro: Credete che io possa guarirvi?

- Sì, o Signore! - risposero.

Allora toccó i loro occhi, dicendo: Vi sia fatto secondo la vostra fede! - E si apersero i loro occhi. (Matteo IX-27) Gesù, all'occasione, rimproverava la poca fede degli Apostoli. Quando, infat­ti, infuriò la tempesta sul mare di Tibe­riade e gli Apostoli gridarono: Maestro, sàlvaci! Siamo perduti! - allora Gesù sgridò il vento e disse al mare: Taci e quiétati! - Tornò la calma.

Poi li rimproverò: Perché avete tanta paura? Non avete ancora fede? (Marco IV-37)

Un giorno gli Apostoli dissero al Signo­re: Accresci in noi la fede!

Il Signore rispose: Se avrete fede quanto un granello di senapa, direte a questo albero di gelso: Sràdicati e tra­piàntati in mare! - e vi ubbidirà. (Lu­ca XVII-5)

Gesù faceva moltissimi miracoli ovun­que, ma a Nazareth, sua patria, ne fece pochissimi, perchè i suoi concittadini avevano poca fede in Lui.

Gesù, mirando col suo sguardo divino il corso dei secoli sino al Giudizio Universale, pensando al suo ritorno visibile nel mondo in qualità di Giudice Supre­mo, disse una frase dolorosa, che deve lasciar riflettere:

Ma quando il Figlio dell'Uomo verrà, credete che trovi della fede sulla terra? (Luca XVIII-8)

 

SIGILLO DEL VANGELO

E' stretto dovere di tutti conoscere, amare ed accrescere la fede.

Senza fede non può sussistere la Reli­gione, perché senza di essa ogni cosa crolla.

La fede è il sigillo del Vangelo ed è il pilastro della Chiesa. Una storia senza fede non fa storia; la Chiesa di Gesù Cri­sto fa storia, perché ha la fede e quindi sfida i secoli, supera le persecuzioni e non ha tramonti; ha la sua base sulle parole divine: Su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell'inferno non prevarranno contro di essa. (Matteo XVI-18)

 

FEDE INDISCUTIBILE

La fede. divina, perché sia veramente tale, deve avere delle caratteristiche spe­ciali.

Prima di tutto dev'essere indiscutibile. Si mette in discusione ciò che non ap­pare certo e si esaminano i lati positivi ed i negativi. La dottrina che viene dal­l'uomo si può sempre discutere.

Infatti, quante discussioni hanno luo­go nelle famiglie, nei tribunali, nei par­lamenti e negl'incontri ufficiali e privati!

La dottrina che viene da Dio è asso­lutamente vera ed è superfluo discuterla. Le verità divine devono accettarsi tali e quali sono state rivelate. Però giova studiarle per vederne meglio la luce e per poterle illustrare agli altri.

Hanno fede più limpida i piccoli, i roz­zi e gl'ignoranti, che accettano con sem­plicità e senza discutere, le verità divine, anziché tanti studiosi e filosofi, che vor­rebbero andare a fondo nei misteri di Dio e si perdono nella loro superbia.

Non discutendo su quello che Dio ha rivelato, si dimostra umiltà e semplicità ed è proprio agli umili ed ai semplici che Dio dà la luce della fede.

Si legge nel Vangelo:

Gesù, esultando di Spirito Santo, dis­se: Ti rendo lode, o Padre, Signore del Cielo e della terra, perché hai nascoste queste cose ai sapienti ed agli intelli­genti e le hai rivelate ai piccoli! Tutto è stato affidato a me dal Padre mio e nessuno conosce chi sia il Figlio, tranne il Padre, né chi sia il Padre, eccetto il Fi­glio e colui al quale il Figlio avrà voluto rivelarlo. (Lucca XIII-21)

I piccoli credono a ciò che loro si di­ce, perché sono semplici. Gesù prese la loro immagine per insegnare come si de­ve credere:

In verità vi dico che chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà. (Luca XVIII-17)

 

SAPERE CON SOBRIETA'

L'intelligenza umana cerca la luce. La intelligenza dei piccoli, dei rozzi e degli ignoranti ha esigenze assai ridotte e si contenta di poco.

L'intelligenza delle alte menti e di co­loro che hanno una buona cultura, ha particolari esigenze.

E' lecito a questa categoria di persone approfondire lo studio delle verità di fe­de, ma sempre con discrezione e riserbo, per comprendere quello che è possibile comprendere.

Dice San Paolo: Non si sappia più di ciò che bisogna sapere, ma si sappia con sobrietà. (1a Romani XIII-3)

Se uno studioso dicesse: Credo soltan­to quello che riesco a comprendere; il re­sto non intendo crederlo! - si compor­terebbe proprio male.

Dovrebbe dire invece: So che questa data verità è contenuta nella divina ri­velazione; mi contento di ciò che riesco a comprendere; il resto lo credo per pu­ra fede.

Un esempio.

La verità dell'Eucaristia contiene nel mistero realtà sublimi ed è un assieme di misteri: Gesù Cristo vivo e vero sotto le Specie Eucaristiche; si rompe una Spe­cie e resta intatto il Corpo di Gesù in ciascuna parte; contemporaneamente Gesù è presente in migliaia di Taberna­coli ed in milioni di Particole; è ricevuto Gesù ugualmente da milioni di persone, eppure non si consuma mai; ecc.

Cosa può comprendere l'intelligenza umana del grande mistero eucaristico? Lo dichiara lo stesso Sacerdote celebran­te, appena compiuta la Consacrazione nella. Messa dicendo ufficialmente ad al­ta voce ai fedeli: « Mistero della fede! » - cioè, noi crediamo questa eccelsa ve­rità, superiore alla nostra ragione, per­ché ce l'ha rivelata Gesù Cristo, Figlio di Dio.

Il voler comprendere l'incomprensibi­le è stoltezza e tempo perduto.

 

SEMPLICITA'

I giornali avevano parlato di un certo Frate Cecilio, dimorante a Milano, elo­giandone lo zelo caritativo.

Trovandomi di passaggio a Milano, sebbene la sera fosse inoltrata, tentai avere un incontro con questo figlio di San Francesco e ci riuscii.

Molti cercano di lui.

Frate Cecilio al presente ha ottanta­due anni. E' un uomo alto, asciutto, vi­vace, sorridente, lepido. Dimostra anco­ra tanta energia e lavora molto per sov­venire ai bisogni del prossimo. Da più di quaranta anni esplica la sua attività ca­ritativa.

Mentre gli parlavo, lo studiavo rivol­gendogli non poche domande.

Ammirai la sua fede semplice ed ar­dente. Il suo parlare dimostra tale sa­pienza, cognizione mistica ed ascetica da sorprendere.

Dicevo ad un amico che mi teneva compagnia: Questo Frate non mi pare un uomo comune. -

Riguardo alla fede eucaristica mi di­ceva:

Tempo addietro una persona mi portò una corona del Rosario, dicendomi: La tenga cara! E' un gran dono! E' stata toccata e benedetta da Padre Pio!

- Ma cosa è una corona, cosa è un Padre Pio, se io posso comunicarmi e ri­cevere Gesù? Appena mi comunico ho con me e dentro di me il Padrone del Cielo. E' Gesù, è Dio che si dà a me! Tutto il resto è nulla. Ho il Paradiso nel cuore. Cosa mi manca? Cosa posso de­siderare di più? -

E quasi fosse un oratore, con accento fervido cominciò a parlare di Gesù e di vita interiore con tanta fede ed amore, che io dissi sottovoce: Si potrebbe scri­vere e mandare alla stampa quanto di­ce questo Frate!

Gli chiesi: Che studi ha fatto?

- La terza elementare, più di settan­t'anni fa, sulle montagne degli Abruz­zi. -

Fede semplice in cuore umile!

Frate Cecilio mi diceva: Da ragazzo facevo il pastorello ed ogni settimana, attraversando la campagna, andavo dal Parroco a confessarmi. Finita la confessione, partivo e non mi facevo più ve­dere da lui; evitavo d'incontrarlo e cam­biavo strada quando lo vedevo. Una vol­ta c'imbattemmo quasi faccia a faccia ed il Parroco mi disse:

- Perché mi sfuggi? Hai paura di me? - No, non ho paura! Mi sento inde­gno di avvicinare un Ministro del Signo­re. Come posso accostarmi ad un Sacer­dote e toccargli la mano per baciarla? Non sono degno, io peccatore, di stare a parlare con un Sacerdote. Lei perdona i peccati, consacra, è a contatta con Gesù e perciò evito d'incontrarla per segno di rispetto! -

Che bella umiltà di un pastorello a­bruzzese! Non fa meraviglia se la sua fede abbia prese proporzioni grandiose.

 

FEDE INTEGRALE

La fede sia senza limiti, immensamen­te più grande del mare; il che richiede che si devono accettare tutte le verità rivelate.

Una fede che non sia integra, non è vera fede.

Si deve perciò credere al complesso delle verità rivelate, accettando volente­rosamente sia quelle che la ragione può comprendere, sia quelle che non può in nessun modo capire.

Tutte queste verità si concentrano in­torno a Dio ed a Gesù Cristo: a « Dio», uno nella natura e trino nelle Persone, nostro principio e nostro ultimo fine; a «Gesù Cristo», nostro Redentore e Me­diatore, che è Figlio Eterno di Dio, fatto uomo per salvarci; e quindi all'opera sua redentrice ed a tutto ciò che vi si riferi­sce.

Crediamo insomma con la fede inte­grale quello che un giorno vedremo chia­ramente in Paradiso.

Nella vita presente abbiamo un velo davanti agli occhi e non vediamo con chiarezza quanto la fede c'insegna. Ma un giorno questo velo cadrà e vedremo.

Dice San Paolo: Ora vediamo come in uno specchio, in modo enigmatico; ma allora vedremo faccia a faccia. ora co­nosco in parte, ma allora conoscerò co­me sono conosciuto. (la Corinti XIII-12)

Gesù c'insegna in che cosa consiste il Paradiso, dove non c'è il velo della fede: La vita eterna è questa: che conoscano te, o Padre, solo vero Dio, e Colui che hai mandato, Gesù Cristo. (Giovanni XVIII-3)

La fede riguarda le verità e gli inse­gnamenti contenuti:

1) Nei libri dell'Antico Testamento.

2) Nei libri del Nuovo Testamento e cioè: Vangelo, Apocalisse, Atti degli Apo­stoli e Lettere degli Apostoli.

3) Nel Magistero della Chiesa, con i relativi Dogmi.

4) Nell'autentica Tradizione Cristiana, controllata ed approvata dalla Chiesa, la quale ha nel suo Capo Visibile, il Pa­pa, il dono dell'Infallibilità.

 

FEDE VIVA

La fede, ha da essere anche viva, sia riguardo al credere che all'operare. Nel­la seconda parte dello scritto si dirà che la fede senza le opere è morta.

Fede viva significa che bisogna cre­dere con fermezza, senza tentennamenti e con ardore.

Questa vivezza di fede spesso si riscon­tra più negli umili popolani, che credo­no ciecamente ed agiscono mossi dal­l'amore di Dio e dal sentimento, anziché nei grandi studiosi.

In conferma si porta qualche esempio. Una donna soffriva di forti disturbi ad una gamba. Inutili erano stati i ten­tativi di guarigione.

Un giorno ebbe una felice idea, o me­glio, un'ispirazione: il Papa Pio X, se­condo me ed altri, è un Santo. Riceve le persone bisognose. Voglio andare da lui al Vaticano, mi getterò ai suoi piedi e gli domanderò un paio delle sue calze. Se riuscirò ad averle e metterle, io gua­rirò! -

Tanto brigò che riuscì ad avere un colloquio con Pio X.

- Santo Padre, non mi dite di no! Un grande favore chiedo!

- Sarebbe?

- Desidero un paio delle vostre calze. Ho tormenti alla gamba. Se le metterò, guarirò.

- Anch'io, rispose Pio X, ho dolori al­le gambe; eppure tenendo queste calze non guarisco.

- Ed io guarirò; ne sono sicura. - La donna ricevette un paio di calze del Papa.

Più presto che potè le mise e guarì. Con gioia ritornò dal Papa per comuni­cargli l'avvenuta guarigione.

Era viva la fede di quella donna e su­bito ne ebbe i frutti.

Sono trascorsi tanti anni e ricordo an­cora con edificazione una signora, ormai volata al Cielo.

Costei ebbe un male al ginocchio; si sa che questa è una parte delicata del corpo e che i suoi malori non sono tra­scurabili. Per necessità doveva stare in piedi e muoversi e quindi il disturbo au­mentava. Le si aprì presso il ginocchio una ferita preoccupante ed era il caso di ricorrere subito al medico.

Povera donna, faceva compassione! Le si suggerì di chiamare il medico e di non perdere tempo; ma lei rispose: Non chiamo nessuno! C'è Dio!

Staccó dal muro il Crocifisso in legno, di discrete dimensioni, lo legò al ginoc­chio con un fazzoletto, dicendo: Gesù mi ha dato questo male e Gesù lo porterà via! Quale medico è più potente di Ge­sù... Guarirò! -

Realmente la piaga si asciugò da sé, si chiuse ed il male sparì. Il ginocchio ritornò ad essere normale, come se nulla fosse stato.

La signora raccontava agli altri il suo caso e l'ascoltai anch'io.

In questo episodio c'è più da ammirare che da imitare. Fece bene la soffe­rente a ricorrere al Crocifisso, ma non avrebbe mancato di fede se contempo­raneamente fosse ricorsa al medico. Tut­tavia, il Signore premiò la sua fede.

Un Monsignore, Vicario Generale, mi narrava:

Ogni anno faccio una visitina ai miei in un paesetto del Veneto.

Una volta, in quell'occasione, venne a trovarmi un agricoltore.

- Meno male, mi disse, che è venuto lei! Il raccolto quest'anno sarà un disa­stro. C'è nella campagna un assedio d'in­setti abbastanza grossi; i tronchi degli alberi ne sono ricoperti; se rovineranno la corteccia, sarà un guaio. Venga nella mia proprietà e dica la preghiera; solo così morranno gl'insetti. -

Vista la fede di quell'uomo, mi diceva quel Monsignore, andai e feci la preghie­ra. L'indomani mattina ritornò da me l'agricoltore.

- Reverendo, venga a vedere quello che è avvenuto! -

Ritornato alla campagna, vidi che gli insetti erano morti. I tronchi degli alberi erano liberi ed alla base di ogni tronco, a terra, giacevano mucchi d'insetti esa­nimi.

Quanta convinzione e vivezza di fede in quell'agricoltore!

I proverbi sogliono avere una storia. Un proverbio in rapporto alla fede è que­sto: Fede ti salva e non legno di barca!

L'origine di questo detto è legata ad un fatto, forse storico o leggendario. Due uomini, furbi, pellegrinavano e si servivano dell'abito di Frate per avere agevolazioni nel viaggio. Carpivano la buona fede degli altri Frati ed usufrui­vano della loro mensa e dell'alloggio. Di passaggio per un paese, a fine di trascorrervi la notte, adocchiata una modesta abitazione, bussarono alla por­ta. Avevano già preparato il trucco ed erano sicuri del buon esito.

Una vecchietta si presentò all'uscio. - Buona signora, siamo due Frati pel­legrini, che facciamo ritorno dai Luoghi Santi della Palestina. Domandiamo la carità dell'alloggio per questa notte. Do­mani mattina riprenderemo il viaggio. In segno di gratitudine le facciamo un dono preziosissimo. Abbiamo potuto ave­re a Gerusalemme un pezzetto di legno della Santa Croce; gliene regaliamo una piccola scheggia. -

Frattanto estrassero dalla borsa un plico, spiegarono la pezzuola che custo­diva il legno e ne staccarono un fram­mento.

Quel pezzetto di legno aveva nulla di sacro, perché era stato scheggiato dal legno della barca, sulla quale i due quel giorno erano stati.

La signora, accesa di fede, prese quel pezzettino di legno, lo ricoprì di baci, lo strinse fortemente al petto e piangeva di commozione. Senz'altro accordò l'al­loggio e trattò i due pellegrini con de­licatezza.

L'indomani i truffatori partirono.

La signora era felice, pensando: Ho il legno della Santa Croce, sulla quale mo­rì Gesù! Chi più ricca di me?

Aveva una malattia. Pose con fede quel legno sulla parte sofferente e da lì a poco guarì.

A tutti parlava con entusiasmo di quel legno ed era sicura della sua autenticità, provata dal fatto della sua guarigione. Da qui il proverbio:

Donna, fede ti salva e non legno di barca!

Iddio realmente nell'agire umano guar­dava più la fede che altro.

 

FORTEZZA

La fede sia forte.

La fortezza è una virtù cardinale e de­ve corroborare la fede per renderla più fruttuosa e più accetta a Dio.

Ad esempio, si è tentati dal demonio; occorre la fede per superare l'assalto diabolico; ma è necessario che essa sia forte. San Pietro infatti dice:

Fratelli, siate sobrii e vigilate, perché il diavolo, vostro avversario, come leone ruggente vi gira attorno, cercando chi divorare. Resistetegli forte nella fede. (1° - Pietro V-8)

La fede è sorgente di forza, poiché ci dà convinzioni profonde, che rinvigori­scono in modo singolare la volontà:

1° Ci mostra quanto Dio ha fatto e con­tinua a fare per noi; in che modo Egli vive ed opera nell'anima nostra per san­tificarla.

La fede ci fa vedere come Gesù c'in­corpora a sé con il Battesimo e ci fa par­tecipare alla sua vita divina.

Noi, con lo sguardo fisso sull'Autore della nostra fede, operiamo per piacere a Lui e facciamo il possibile per supera­re gli ostacoli che si frappongono al suo amore.

2° La fede si rafforza nel bene, perché ci mette di continuo dinnanzi agli occhi la ricompensa eterna, che sarà il frutto dei patimenti temporanei. Il pensiero del Paradiso dà coraggio e fa affrontare anche la morte, come l'affrontarono i Martiri.

3° Se sentiamo talora la nostra debo­lezza, la fede ci ricorda che, essendo Dio stesso la nostra forza ed il nostro soste­gno, non abbiamo nulla a temere, quan­d'anche il mondo ed il demonio si al­leassero contro di noi.

- Ed è questa - dice San Giovan­ni - la vittoria che vince il mondo: la nostra fede. (I: Giovanni V)

Tutto ciò si vede nella mirabile tra­sformazione operata dallo Spirito Santo nell'anima degli Apostoli. Prima essi era­no timidi e codardi; ma poi, armati del­la forza di Dio, affrontarono coraggiosa­mente prove di ogni sorta, flagelli, pri­gionia, perfino la morte, lieti di soffrire per il nome di Gesù.

Quale fortezza di fede dimostrano quelle anime deboli, pigre, accidiose che, davanti ad un piccolo sacrificio richie­sto da Dio, indietreggiano, dicendo: Non me la sento!... Mi annoio!... Non ne ho voglia!...?

Non sanno costoro privarsi di nulla e non sanno sforzarsi per vincere la noia, istillata da Satana. In conseguenza, sem­per per pigrizia spirituale, trascurano la preghiera, rallentano l'uso dei Sacra­menti, si annoiano di andare in Chiesa, non sentono attrattiva al bene.

 

PRESCELTO DA DIO

Un ragazzino entrò in una bottega di falegname, prese un mucchietto di truc­cioli e per trastullarsi li dispose capric­ciosamente a terra. Era ancora anal­fabeta.

Il Signore permise che quei truccioli, disposti a caso da mano infantile, for­massero le parole del Salmo del Profeta. Davide e per di più in lingua latina, che in italiano suonano tosi: « Dominerà da mare a mare ».

Gli storici dicono che la mano del bam­bino era guidata da Dio, per significare la futura grande autorità che egli avreb­be avuta nel mondo.

Quel ragazzino, cresciuto negli anni, andò a Roma e si avviò allo studio. Presto spiccarono le sue doti eccezio­nali. Appariva umile, puro, devoto, pru­dente e fine osservatore.

Nauseato dei costumi depravati di Ro­ma, preferì rinchiudersi in un monaste­ro dei Benedettini. Non passò molto ed i Padri del monastero lo elessero loro su­periore. In seguito divenne l'Abate del monastero di San Paolo Fuori le Mura. Di poi fu eletto cardinale e veniva invia­to dal Papa in diversi Stati per estirparvi le eresie, correggere i cattivi costumi e difendere i diritti della Chiesa.

Con fortezza eccezionale affrontava qualunque ostacolo e riusciva a supe­rarlo.

Morto il Papa Alessandro Secondo, fu eletto Papa lui. Lasciò il nome di Ilde­brando e si chiamò Gregorio Settimo.

Sul Trono Pontificio rifulse come un so­le, potente in parole ed in opere.

Da San Pietro a lui la storia non regi­stra un Papa più forte.

Piegava anche gl'imperatori più po­tenti che intralciavano la libertà della Chiesa. E quando l'imperatore Enrico IV di Germania mandò l'esercito contro di lui ed i soldati appiccarono il fuoco a Roma, mentre l'incendio ingigantiva, Gregorio Settimo tracciò sul fuoco un segno di Croce e l'incendio cessò.

Mentre un giorno celebrava la Messa, fu vista dai presenti una bella colomba posarsi e fermarsi sulla sua spalla de­stra, la quale con le ali gli copriva il ca­po. Ciò avvenne per indicare come il Pa­pa era assistito e fortificato dallo Spiri­to Santo.

I suoi dodici anni di Pontificato, che rinnovarono radicalmente la disciplina ecclesiastica, furono tanto benedetti da Dio, che gli diede il dono dei miracoli.

I nemici della Chiesa lo chiamavano «Il Papa Satana », mentre egli era un grande Santo.

perché assoggetta alla Divina Autorità quanto in noi c'è di meglio: l'intelligen­za e la volontà. Può asserirsi che oggi la fede è più me­ritoria di prima, in quanto è esposta a più numerosi e forti assalti, causati dal­la irreligiosità moderna, che si serve del disprezzo e della derisione.

La fede rende meritorie tutte le altre opere buone, poiché queste per essere buone devono avere un'intenzione so­prannaturale, il che è frutto di fede.

E' pure la fede che, palesandoci l'im­potenza nostra e l'Onnipotenza di Dio, ci spinge a pregare con ardore per otte­nere i favori divini.

 

UOMO DI FEDE

San Giovanni Bosco fu l'uomo di fede. Privo di mezzi umani, intraprese e por­tò a compimento imprese colossali. Egli era il giusto che viveva di fede, sino ad operare miracoli in vita.

Un giorno gli si presentò una signora inferma, chiedendo la Benedizione. Il Santo voleva impartire la Benedizione di Maria Ausiliatrice. Essendo impegna­to, invitò a darla un Sacerdote che gli stava accanto: Da' tu questa Benedi­zione!

- Io?... Proprio io?... Ma non potrà avere l'effetto di quella che dà lei!

- Uomo di poca fede, esclamò Don Bosco; lascia che la dia io! -

Il Santo voleva dire a quel Sacerdote: Impara! L'effetto di una Benedizione non dipende tanto da chi la dà, ma dal grado di fede che ha chi benedice e chi è benedetto.

Don Bosco quanta stima aveva della fede! Era il faro della sua vita laborio­sa. Ne era assetato; più ne aveva e più ne voleva; pregava e faceva pregare per­ché aumentasse la sua fede.

Si legge nelle Memorie Biografiche del Santo che il 16 febbraio 1865 cosi parló ai suoi giovani:

L'altro giorno vi raccomandai di offri­re preghiere ed opere buone in suffragio delle anime del Purgatorio. Voi crede­vate che lo scopo fosse solo il sollievo delle anime purganti, ma avevo anche un altro fine, che vi manifesto: ottenere io dal Signore una fede, una viva fede, quella fede che trasporta le montagne nel luogo delle valli e le valli nel luogo delle montagne.

Ma voi direte: Che importa a noi se tu hai bisogno di questa fede? Pensaci tu!

Ma voi siete buoni e perciò il Signore per mezzo vostro mi darà quelle grazie delle quali ho bisogno. Mi abbisogna un aumento di fede. -

Così la pensava Don Bosco, pervaso dalla luce di Dio.

Quando egli giunse verso la fine della vita, dando uno sguardo alle sue opere, senti il dovere di ringraziare Dio e Ma­ria Ausiliatrice e nello stesso tempo dis­se con dolore e per rimprovero a se stes­so: Quanto maggior bene avrei potuto fare nella mia vita, se avessi avuto più fede!

 

L'IMPOSSIBILE... POSSIBILE

Tutti i Santi sono divenuti tali per la loro fede; peró taluni spiccarono in mo­do particolare e sono i così detti « Tauma­turghi » o «Operatori di miracoli ».

Vuol ricordarsi uno fra i tanti, San Francesco di Paola.

Quando mi tocca attraversare lo Stret­to di Messina sulla nave-traghetto, tal­volta mi si presenta alla mente la figura di questo Santo.

Egli predicava. e spesso veniva in Si­cilia, ove edificò un Tempio ed un con­vento verso la Punta di Milazzo.

Dice la sua storia che, dovendo egli at­traversare lo Stretto di Messina, parec­chi chilometri di profondo mare, e non avendo mezzo per traghettare, dopo es­sersi rivolto con fede a Dio, disse al Fra­te che l'accompagnava: Andiamo! Basta il mio mantello! -

Legò un'estremità del mantello al suo bastone. Testone, ne formò una specie di vela ed iniziò il viaggio con il compagno. Tutti e due, con i piedi sul mantello disteso sul mare e la mano al bastone, attraversa­rono quel tratto di mare spinti dal vento.

Il prodigio passò alla storia. Per ricor­darne la memoria, ad una delle navi­traghetto, oggi in servizio e che è la mag­giore, è stato dato il nome « San Fran­cesco di Paola ».

Un mantello ed un bastone per effetto della fede fecero da barca a vela!

Feci un viaggio a Paola (Cosenza). Ivi visitai la profonda spelonca, dove San Francesco si ritirava a meditare ed a ri­posare con i pochi Frati.

Ebbi pure modo di vedere i posti più rinomati di quel grande convento e ce­lebrai la Messa nel Santuario. Quanti pellegrini vi affluiscono e quanti Padri e Frati, detti « Minimi », prestano la lo­ro opera!

Prima di partire da Paola volli vedere e toccare i due massi prodigiosi.

Il convento ed il Santuario stanno sul monte.

San Francesco vide un giorno due enormi massi staccarsi dall'alto del mon­te e precipitare verso la vallata. Preve­dendo il male che avrebbero potuto fare, pieno di fede, sollevò la mano verso di essi, gridando: Fermatevi!

I due massi, di parecchie e parecchie tonnellate ciascuno, si fermarono a me­tà del pendio e sono ancora là, spetta­colo di fede al mondo incredulo.

A chi ha fede, niente è impossibile.

 

PARTE SECONDA

 

SPIRITO DI FEDE

VIVERE DI FEDE

Si è parlato della fede come virtù, il­lustrando un po' le qualità di cui dev'es­sere ornata.

Conviene ora parlare dello spirito di fede, cioè del come tradurre in pratica la nostra fede.

Dice il Signore: Il giusto vivrà di fe­de. (Romani 1-17)

Non basta dunque avere la fede; è ne­cessario vivere di fede.

La fede è dono di Dio, è grande dono, anzi è il fondamento di tutti gli altri doni. E' doveroso ringraziare il Signore di avercela data, mentre tanti ne sono privi. Si richiamino alla mente le parole di San Paolo: Sia ringraziato Dio per l'ineffabile suo dono. (II - Corinti IX-15)

Nell'atto del Battesimo, appena si di­venta Cristiani, Dio mette nel cuore del battezzato i germi delle virtù teologali; il primo germe è quello della fede.

Si sa bene che qualsiasi germe dev'es­sere custodito e curato, diversamente si atrofizza e muore.

Quanti battezzati lasciano morire que­sto seme preziosissimo, non curandone lo sviluppo! Per questo, a poco a poco, non pochi Cristiani perdono la fede o, pur credendo, vivono senza spirito di fede.

Essendo la fede la libera adesione del­l'anima a Dio, è chiaro che per farla pro­gredire è necessario appoggiarsi alla pre­ghiera ed ai propri sforzi. Se si prega e ci si sforza a divenire più buoni, la fede si fa più luminosa, più semplice, più fer­ma e più operosa.

 

FEDE ED OPERE

La fede sia accompagnata dalle opere. Dice il Signore per mezzo dell'Aposto­lo San Giacomo:

- Che giova, o fratelli, ad uno il dire di avere fede, se non ha le opere? Forse la fede lo potrà salvare?

Se un fratello o una sorella sono nudi e mancanti del cibo quotidiano, ed uno di voi dice loro: Andate in pace; riscal­datevi e saziatevi! - senza dar loro il necessario al corpo, che cosa gioverà? Cosi la fede, se non ha le opere è morta in se stessa.

Ma dirà qualcuno: Tu hai la fede ed io ho le opere. Ebbene, mostrami la tua fede senza le opere ed io con le opere ti farò vedere la mia fede.

Tu credi che c'è un Dio solo e fai bene. Ma anche i demoni credono e tremano. Vuoi dunque sapere, o uomo vano, co­me la fede senza le opere è morta?

Abramo, nostro padre, non fu giustifi­cato in virtù delle opere, quando offrì il suo figlio Isacco sopra l'altare? Vedi be­ne che la fede agiva assieme alle opere di lui e che in virtù delle opere divenne perfetta la sua fede.

E si adempì così la Scrittura, che dice: Abramo credette a Dio e questo gli fu imputato a giustizia e fu chiamato ami­co di Dio.

Vedete dunque che l'uomo è giustifi­cato per le opere e non soltanto per la fede...?

Come dunque il corpo senza anima è morto, così anche la fede senza le opere è morta. (Giacomo II-14)

 

PREGHIERA

La fede per diventare operosa abbiso­gna di preghiera.

Si preghi, non soltanto per ringrazia­re Dio della fede, ma anche affinché pos­siamo conservarla ed accrescerla.

Si reciti perciò con umile sottomissio­ne e con ferma convinzione il Credo e l'Atto di Fede.

Si ripeta sovente questa invocazione Signore, accresci in noi la fede! (Luca XVII-5)

Si preghi molto per quelli che sono senza fede e cioè: per gli eretici, gli apò­stati e gl'infedeli. I privi della fede sono i tre quarti dell'umanità.

Il granellino di sénapa, dice il Signore, cresce e diviene un albero.

La Chiesa di Gesù Cristo in venti se­coli è cresciuta, è divenuta un albero, ma ancora deve stendere i suoi rami su tutti i popoli.

In seno alla Chiesa c'è un'importante Congregazione Romana per l'Evangeliz­zazione dei popoli. L'assillo della Chiesa per diffondere la fede sia condiviso da ogni credente.

Si aiutino le Opere Missionarie con le offerte, secondo la propria possibilità. Si dia il nome per l'iscrizione all'Opera della Santa Infanzia. L'indirizzo è : Con­gregazione «Evangelizzazione dei popo­li» Opera Santa Infanzia - Roma.

Non basta mandare offerte; si cooperi alla propagazione della fede con la pre­ghiera. E' consigliabile scegliere un gior­no della settimana e dedicarlo alle Mis­sioni Cattoliche, offrendo Messa, Comu­nione, preghiere ed opere buone per la conversione degli infedeli. E' lodevole fa­re celebrare qualche Messa a tale scopo.

Preziosa è l'offerta dei sacrifici a bene delle Missioni. Ne sappiano approfittare coloro che hanno qualche malessere o pe­na, come ne approfittava Santa Teresi­na, che sempre offriva le sofferenze della sua penosa malattia. Quante anime d'in­fedeli avrà salvate con queste offerte amorose, abbellite dalla fede! Dopo mor­ta meritò di essere costituita dalla Chie­sa Patrona delle Missioni.

Dunque, chi ha sofferenze o qualche malattia, non sprechi nulla, ma sappia offrire tutto con fede ed amore per la diffusione del Vangelo nel mondo.

 

ISTRUIRSI

Più viva si fa la fede e più diventa ope­rosa.

Si suggerisce come renderla più viva. Alla preghiera si unisca lo studio e la lettura di libri adatti ad illuminare e rin­vigorire la fede.

Oggi si legge molto. Ma quanto sono pochi i fedeli che leggono libri di Reli­gione ed approfondiscono le verità rive­late!

In ogni famiglia ci siano libri religiosi, adatti alla capacità intellettuale dei fa­miliari.

Si dedichi un po' del tempo libero a queste letture. E' luce spirituale che si acquista e che può trasmettersi a chi sta nelle tenebre.

Il libro che non deve mancare in fa­miglia è quello del Vangelo. Si leggano amorosamente quelle pagine divine per seguire passo passo Gesù nella sua vita, per imbeverne le sublimi massime, per ammirarne gli esempi e per imitarli.

Con la lettura e la meditazione del Vangelo Gesù diventa il centro dei no­stri pensieri. Più Gesù è conosciuto e più è amato.

 

CUSTODIRE LA FEDE

Ero entrato in una grande libreria; direttore e commessi erano miei amici. Si fidavano di me Sacerdote ed alla mia presenza facevano ciò che non avrebbero fatto davanti ad altri.

L'amministrazione doveva fare un pa­gamento ed era necessario aprire la pic­cola cassaforte. Un po' in alto, attaccato alla parete con un chiodo, pendeva un calendario murale. Chi avrebbe immagi­nato che quel calendario copriva la por­ta della piccola cassaforte?

Difatti l'amministratore lo spostò, pre­se il denaro e rimise tutto a posto.

Il denaro deve custodirsi, o in un mo­do o in un altro, perché c'è chi è tentato a rubarlo.

Un altro libraio mi diceva:

L'incasso giornaliero, quando non rie­sco a depositarlo subito, lo arrotolo in un foglio di giornale e lo metto in fondo al cestino della carta straccia. Nessuno può pensare che lì ci sia denaro.

Quanta attenzione e quante trovate intelligenti si escogitano per non farsi rubare il denaro!

La fede è un tesoro incomparabilmen­te più prezioso dei denaro. Deve sapersi custodire.

La fede può essere rapita, o almeno turbata, dalla lettura di certi libri, scrit­ti da chi non ha fede.

Attenzione ai testi di filosofia, che non di raro hanno il veleno dell'ateismo! Attenzione alle riviste, ove ci sono puntate irreligiose!

I ladri moderni della fede sono gli scrittori senza fede.

Come è senza misura il bene che può produrre un libro religioso, così è il ma­le che può generare un libro che si pro­pone di abbattere o di deridere la Reli­gione.

Si custodisce il tesoro della fede evi­tando i contatti e le discussioni religiose con gli eretici, i protestanti ed i testi­moni di Geova.

Se non si è ben preparati, queste di­scussioni turbano la pace della fede e non giovano a nulla, salvo rare eccezioni, perché si richiede un miracolo per pie­gare certe teste ostinate ed infatuate. Quando si presentano in famiglia tali persone, le quali sogliono fare le loro vi­site sistematiche, si mandino via in mo­di urbani ma risoluti e se vogliono lascia­re libri o riviste, non si accettino.

Se insistono, come spesso fanno, si di­ca loro: Andate dal Parroco e chiacchie­rate con lui!

Si fa notare ai lettori che le discussio­ni con chi è fuori della fede cattolica, possono essere deleterie specialmente ai giovanetti ed alle giovanette che vi assi­stono, poiché sono nel periodo della for­mazione e non hanno nella loro mente gli argomenti per controbbattere le idee errate.

Perciò non si facciano assistere alle eventuali discussioni i minorenni ed i deboli nella fede.

 

TENTAZIONI

La fede è insidiata da diversi nemici ed il primo di essi è il demonio, che cerca di rapire il gran dono di Dio.

Le tentazioni contro la fede, essendo opera diabolica, possono verificarsi an­che nelle anime elette. Se ne ha un esem­pio in Santa Teresina, che ne fu tormen­tata per due anni.

Come comportarsi?

Se si tratta di tentazioni vaghe o ge­neriche, come questa: Chi sa se saran­no vere queste cose? - bisogna cacciar­le come si fa con le mosche importune, cioè disprezzarle senza farne caso.

Se le tentazioni sono determinate e si riferiscono a punti particolari, si dica Io credo tutto ciò che Dio ha rivelato!

In tale caso è bene valersi della prim a occasione per chiarire la difficoltà, sia col proprio studio, se si ha ingegno ed i necessari documenti, sia consultando persone istruite che possano aiutare a risolvere il problema.

Allo studio si associ la preghiera e la docilità alla leale investigazione; cosi fa­cendo, d'ordinario non si tarda a trova­re la soluzione.

Altro è la tentazione ed altro è la fis­sazione.

S'incontrano persone molto esaurite, che facilmente si fissano su qualche punto insignificante ed allora hanno il tormento della mania. C'è chi si fissa sulla fede, come chi sulla purezza o sul suicidio o sulla mania della persecuzione o dell'infezione, ecc...

Costoro sono ammalati al sistema ner­voso ed hanno bisogno del medico. E' inutile ragionare con loro.

I fissati sulla fede per lo più nel loro intimo hanno più fede di tanti altri. Viene a proposito ciò che si racconta di una donna, tormentata da questa os­sessione. Si presentò ad un Sacerdote: - Padre, desidero confessarmi e con­fessarmi bene. Io non ho fede. Dopo che mi sarò confessata, farò serenamente la Comunione.

- Dunque, rispose il Sacerdote, lei non ha fede? Mi ascolti! Perché è venu­ta in Chiesa?... Perchè crede che c'è Dio e sa che la Chiesa è la Casa di Dio.

Perché non è andata da un commer­ciante o da un industriale ed ha prefe­rito venire da me?... Perché crede che io sono un Ministro di Dio.

Perché domanda di confessarsi?... Per­ché crede che la mia assoluzione sacra­mentale le perdona i peccati, per l'auto­rità che mi ha dato Gesù Cristo.

Perché, finita la Confessione, vorrà comunicarsi?... Perché crede al Mistero Eucaristico.

Signora, lei ha la fede e forse ne ha quanto me e più di me. Stia tranquilla! Ha la testa malata e pensi a curarsi! - Concludendo, si dà una norma da se­guire in qualsiasi tentazione: Rispondere al demonio ritorcendogli la saetta.

Il che vuol dire che alla tentazione di superbia si risponde con un atto d'umil­tà; ad un assalto diabolico contro la ca­rità si risponde con un atto di carità; ad una tentazione contro la fede si ri­sponde con un atto di fede, dicendo: Cre­do, Gesù, quanto tu hai rivelato! Agendo così, il demonio non tarderà ad allontanarsi.

 

FEDE IN PRATICA

In che consiste la vita di fede?

Nel pensare, nel parlare e nell'agire alla luce della fede.

Dunque ci si abitui a guardare e giu­dicare tutto secondo la fede:

1° Vedere in tutte le opere divine la mano del Creatore, perché è Lui che ha creato tutto. Si ammiri il creato e si lodi il Signore.

2° Considerare le persone che ci stan­no attorno come immagini di Dio, pen­sando che tutti siamo figli dello stesso Padre Celeste e fratelli in Gesù Cristo.

3° Riflettere sugli eventi, che per gli increduli sono talora tosi oscuri, mentre da chi ha fede sono interpretati alla lu­ce di quel grande principio che tutto quanto avviene è ordinato a vantaggio degli eletti e che i beni ed i mali vengo­no distribuiti con la mira alla nostra santificazione ed all'eterna salute.

4° Giudicare secondo le massime del Vangelo e non secondo quelle del mondo.

5° Parlare ispirandosi allo spirito cri­stiano e non allo spirito del mondo, trionfando sul rispetto umano.

6° Operare accostandosi quanto più è possibile alle azioni di Gesù Cristo, che deve considerarsi come modello di vita, evitando di farsi trascinare dagli esempi dei mondani.

7° Propagare attorno a sé la fede con il buon esempio, adempiendo bene i do­veri del proprio stato.

 

PRESENZA DI DIO

Lo spirito di fede ci porta a vivere alla presenza di Dio.

Conviene trattare un po' diffusamente questo tema, perché di molta utilità pra­tica, in quanto l'esercizio della presenza di Dio ci stimola ad essere diligenti per evitare il peccato, aumenta il nostro fer­vore nella vita spirituale, alimenta la confidenza in Dio ed è fonte di gioia.

Il Signore stesso, servendosi del Pro­feta Davide, dice: Cercate il Signore e fatevi forti! Cercate sempre la sua fac­cia. (Salmo CIV-4)

Chi sa vivere alla presenza di Dio, co­mincia a vivere la vita dei Beati che so­no in Cielo, però con questa differenza, che i Beati vedono Dio faccia a faccia, mentre chi sta sulla terra vede Dio con la fede; inoltre i Beati nella loro visione beatifica non acquistano merito, mentre chi vive alla presenza di Dio sulla terra, acquista merito.

Come un servo sotto lo sguardo del pa­drone lavora con puntualità ed esattez­za, cosi chi sta alla presenza di Dio è spinto ad agire bene.

Diceva Sant'Agostino

- Quando io, o Signore, considero at­tentamente che mi state sempre guar­dando e vegliando sopra di me, notte e giorno, con tanta cura, come se in Cielo ed in terra non aveste altra creatura da governare che me solo; quando conside­ro bene che tutte le mie operazioni, pen­sieri e desideri sono patenti e chiari din­nanzi a Voi, mi riempio tutto di timore e mi copro di vergogna. -

Se la presenza di un nobile personag­gio ci fa stare composti, cosa farà la pre­senza di Dio?

Disse il Signore ad Abramo: Cammi­na alla mia presenza e sii perfetto! (Ge­nesi XVII-1)

Ed invero si è sollecitati a vivere con perfezione, quando si pensa che si sta sotto lo sguardo di Dio.

Da che cosa ha origine tutto il disor­dine morale dei cattivi? Dal dimenticar­si che Dio è presente e li sta guardando.

Come un cavallo senza freno va a pre­cipitarsi, così, tolto il freno della pre­senza di Dio, i mortali si precipitano nel baratro delle passioni disordinate.

Il pensiero che Dio ci vede durante le tentazioni, non solo è un freno, ma n­elle un richiamo di rivolgerci a Lui per avere la forza di resistere.

 

L'INTELLIGENZA

L'esercizio della presenza di Dio è eser­cizio di fede viva. Abbraccia due atti, uno dell'intelligenza e l'altro della vo­lontà.

Si chiarisce l'atto dell'intelligenza. Intelligenza deve considerare che Dio sta tutto in tutto, in qualsiasi crea­tura per piccola che sia, e questo è un atto di fede, perché è verità rivelata. Lo dice l'Apostolo San Paolo: Dio non è lontano da ciascuno di noi, imperocché in Lui viviamo e ci muoviamo e siamo. (Atti degli Apostoli XVII-27...)

Non dobbiamo immaginarci Dio lonta­no da noi, perché Egli è dentro di noi. Il grande convertito Sant'Agostino di­ce di se stesso:

-Signore, io ti cercavo fuori di me. Più presente, più intimo e più intrinseco è Dio in me, che non sono io stesso. -

Ci sono diversi modi di considerare Dio presente; ogni anima si appiglia al più confacente a sé.

1° Alcuni considerano con l'intelligen­za tutto il mondo pieno di Dio, come in­fatti è. Immaginano se stessi in mezzo a questo mare immenso di Dio, circondati e compenetrati da Lui per ogni parte, più che la spugna immersa nelle acque del mare.

2° Altri immaginano di avere davanti a sé Gesù, che stia con essi e li stia sem­pre mirando in ciò che fanno. In questo modo stanno alla presenza di Dio.

C'è chi preferisce la figura di Gesù Crocifisso, chi di Gesù Buon Pastore, chi di Gesù glorioso, ecc.... secondo quello che è più conforme alla propria devo­zione.

Quanto si è detto riguarda l'atto dell'intelligenza. Però la parte principale di questo esercizio consiste nell'atto della volontà, per cui si desidera e si ama Dio e si vuole stare uniti a Lui.

 

LA VOLONTA'

San Bonaventura dice che in questo esercizio spirituale è la volontà che de­ve agire ed agisce ordinariamente per mezzo delle aspirazioni.

Le aspirazioni sono ali spirituali, con cui l'anima si solleva in alto e si va ac­costando ed unendo sempre più a Dio.

Le aspirazioni sono moti amorosi del­la volontà, con forti desideri ed affetti del cuore, espressi con brevi e frequenti giaculatorie.

Dunque, l'esercizio della presenza di Dio si coltiva e diviene veramente frut­tuoso con la pratica delle giaculatorie.

Le giaculatorie, essendo brevi, anzi brevissime orazioni, non stancano la testa ed in quell'istante sollevano la mente ed il cuore a Dio.

Le più preziose giaculatorie non sono quelle che si trovano sui libri, quanto quelle che l'anima stessa formula spon­taneamente secondo il bisogno del mo­mento.

Alcune giaculatorie possono indiriz­zarsi al conseguimento del perdono dei peccati:

Gesù, pietà dei miei peccati!... Signo­re, cancella e dimentica le mie colpe!... Gesù, ho fiducia nella tua bontà!... O Dio, pietà dei peccati, che gli altri avran­no potuto fare per colpa mia!...

Altre giaculatorie possono mirare al­l'acquisto della virtù, alla vittoria sul demonio, al conseguimento di qualche grazia:

Gesù, mite ed umile di Cuore, rendi il mio cuore simile al tuo!... Scenda, o Si­gnore, il tuo Sangue sopra di me per for­tificarmi in quella tentazione!... Gesù, aiutami in quell'affare!

Sono buone le giaculatorie che espri­mono la gratitudine per le grazie rice­vute e la conformità al volere divino:

Grazie, Gesù mio, della misericordia che mi usi!... Grazie, che mi hai dato la fede!... Ti ringrazio che oggi sei venuto nel mio cuore!... O Signore, si faccia la tua volontà e non la mia!

Le giaculatorie siano intonate ed indi­rizzate a questo: fare tutto a gloria di Dio.

San Paolo lo dice: Sia che mangiate o beviate o facciate qualunque altra cosa, fate tutto a gloria di Dio. (I Corintì X-31)

Ed allora si procuri di alzare sovente il cuore a Dio, dicendo: Signore, per te faccio questa cosa, per farti piacere, poiché tu così vuoi!... O Dio, io voglio ciò che tu vuoi; non voglio ciò che tu non vuoi!... Il mio gusto, o Gesù, è il da­re gusto a te!

Chi recita frequentemente e con amo­re le giaculatorie, a poco a poco si sen­tirà mutato il cuore e proverà il distacco dalle cose del mondo e speciale l'attac­camento a Dio.

Si fa notare che quando si fanno le sante aspirazioni, devono farsi come co­lui che parla a Dio presente e non come chi volge il cuore o il pensiero a perso­na lontana.

Questa avvertenza è importante, poi­ché è questo propriamente il camminare e lo stare alla presenza di Dio.

Il pensiero della presenza di Dio deve servire a fare bene le nostre azioni. Per­ché, se ci contentassimo di pensare solo al Signore presente e trascurassimo il nostro dovere o facessimo mancamenti ed errori, questa non sarebbe una vera devozione, ma una vera illusione.

Ci si abitui a questo: tenere un occhio alla Sovrana Maestà di Dio e l'altro oc­chio rivolto a far bene le opere per amo­re suo.

 

DIO PRESENTE

Un Sacerdote, intimamente conosciuto dallo scrivente, narrava:

Mi trovavo nel mio Istituto al posto di lavoro; fui avvisato che una persona de­siderava parlarmi. Era una donna, un po' attempata.

- Reverendo, vengo da lontano, da fuori provincia, sollecitata a venire da Gesù. Lei mi conosce e sa che sono nello stato mistico; gliene ho data prova al­tre volte. Soffro per i peccati del mondo. Gesù spesso viene a consolarmi e mi so­stiene sulla croce. Gesù è afflitto per cer­ti peccati che si fanno in questo Istituto e mi ha detto: Va' subito in quella città e di' al tale Sacerdote (che è lei), di sor­vegliare meglio i giovani quando giuo­cano nel cortile. Ci sono quattro, dai do­dici ai quindici anni, che si scandalizza­no a vicenda. Gesù mi ha presentato i quattro colpevoli; io conosco bene le lo­ro fisionomie e se vedessi la massa dei suoi giovani, potrei indicarglieli. -

Il Sacerdote rispose: Questo Istituto è un esternato; la massa si ha nel pome­riggio; sono le prime ore del mattino e nel cortile ce ne sta solo un gruppettino di sei o sette.

- Tuttavia, se mi permette, dò loro uno sguardo. -

Da un angolo squadró uno ad uno quei giovani e concluse: Non c'è nessuno dei quattro che Gesù mi ha presentato; li co­nosco bene. Dunque si ricordi che qui oc­corre più sorveglianza. -

Furono informati i Superiori dell'Isti­tuto e non trascorse molto che un giova­netto scandaloso fosse scoperto e gli si proibisse assolutamente di mettere più piede nell'Istituto.

Fin qui il Sacerdote narratore. Quest'episodio fa riflettere. Si com­mette un peccato in una città, in una grande schiera di centinaia di giovani,...         , e Colui che è presente ovunque, Gesù, ne informa una confidente lontana per troncare il male.

Pensavano i quattro scandalosi di es­sere visti da qualcuno? Immaginavano che il loro peccato occulto sarebbe stato comunicato fin fuori provincia?

Tutto quello che avviene nel mondo, in pubblico o in privato, in compagnia o da soli, alla luce o al buio, tutto è con­trollato da Dio.

Se si pensasse di più e meglio che Dio vede tu to, anche i più reconditi pen­sieri, come si vivrebbe con maggiore de­licatezza!

 

MISTERO DI FEDE

Tutte le verità rivelate richiedono la fede, ma la richiede di più la Santissima Eucaristia, che è il Mistero di Fede per eccellenza.

Un pezzo di pane, in forma di ostia, ed un po' di vino con qualche goccia di acqua, alle parole che il Sacerdote pro­nunzia nella Messa all'atto della Consa­crazione, per un prodigio dell'onnipo­tenza e dell'amore di Dio, diventano Corpo, Sangue, Anima e Divinità di no­stro Signore Gesù Cristo. E' verità in­comprensibile, ma verità!

Non si sta qui ad illustrare ed a provare con fatti storici la veridicità del­l'Eucaristia. A tale scopo si esortano i lettori a leggere il libretto « L'Ostia Con­sacrata» (Prodigi Eucaristici), che lo scrivente da anni diffonde e che circola anche in lingua estera.

Qui vogliono solo darsi dei suggeri­menti pratici, riguardanti la fede euca­ristica.

Se si crede che nel Tabernacolo c'è Gesù Cristo, vivo e vero, bisogna stare in Chiesa con fede particolare.

Gesù, il Re dell'eterna gloria, non è mai solo nei Tabernacoli. Come i re ter­reni hanno la loro corte, così e con più ragione l'ha Gesù Sacramento.

La corte che rende omaggio a Gesù Eucaristico è quella degli Angeli. Chi sa quale miriade di Angeli popola abitual­mente il Tempio, ove dimora Gesù Sa­cramentato, specialmente durante la ce­lebrazione della Messa!

Per questo motivo San Paolo, scriven­do ai Corinti, dice: Le donne in Chiesa stiano col capo coperto per riguardo agli Angeli. (II Corinti XI-10)

San Giovanni Crisostomo dice che mentre il Sacerdote celebra, per onore della Vittima Divina, l'Altare è circon­dato di Angeli. E lo stesso Santo dice di aver udito narrare da un grande Servo di Dio, che egli aveva visto calare all'im­provviso una grande moltitudine di An­geli e starsene intorno all'Altare durante la Messa, vestiti di vesti risplendenti, in a tteggiamento umile e riverente.

Se è così sacro il Tempio, poiché vi di­mora realmente Gesù, se gli Angeli che lo pòpolano vi stanno con tanta riveren­za, con quale devozione dovrebbero star­vi i fedeli, particolarmente durante la Messa?

Che fede dimostrano nella Casa di Dio le donne in abito poco modesto e col vol­to procacemente truccato, coloro che chiacchierano e si divagano guardando per ogni parte, neppure ricordando che in quel luogo c'è Gesù Vivente? Che fede hanno quelli che quasi non distinguono più la Chiesa da qualunque altro luogo di ritrovo?

Se si avesse fede viva in Gesù Sacra­mentato, si cercherebbe d'imitare gli Angeli e si starebbe modesti, silenziosi ed assorti nella preghiera.

Chi vuol sapere quale grado di fede eucaristica abbia, si esamini sul conte­gno che tiene in Chiesa.

 

GESU' SACRAMENTATO

Se si ama una persona, volentieri si sta in sua compagnia. Se si ha fede e si ama Gesù Sacramentato, volentieri si sta davanti al Tabernacolo per tenergli compagnia.

Quanto gradisce Gesù una visita di un'anima amante!

C'è chi si contenta di andare in Chie­sa solo nei giorni festivi; però durante la settimana pensa poco o niente a Ge­sù Sacramentato.

Se ne fanno tante visite agli amici, sani o infermi! Perchè non trovare lun­go la settimana un ritaglio di tempo per visitare Gesù Sacramentato? Costerebbe così poco ed apporterebbe tanto vantag­gio fare un po' di compagnia a Gesù!

Passando davanti ad una Chiesa, se è aperta, se non ci sono affari impellenti, perchè non entrare a fare una visitina amorosa a Gesù, fosse pure per pochi minuti?

E' la fede che manca e questa deficien­za di fede non fa trovare il tempo di vi­sitare Gesù!

Passando davanti ad una Chiesa, se è chiusa, o se è aperta e non si ha la pos­sibilità di entrarvi, non si tralasci mai questa pratica: Volgere per un momen­to il pensiero a Gesù Sacramentato soli­tario e dire questa giaculatoria: Sia lo­dato e ringraziato ogni momento, il San­tissimo e Divinissimo Sacramento!

Si viaggia tanto in macchina. Davanti a quante Chiese si passa! Ma quanti so­no quelli che rivolgono il pensiero a Gesù in Sacramento, anche per un solo istante?

Si corre in massa alle spiagge, ai ritro­vi, allo stadio... Solo davanti al Taber­nacolo c'è il deserto.

Si raccomanda alle anime devote di supplire alla manchevolezza di molti. Se possono, facciano ogni giorno una visita eucaristica, più o meno lunga, secondo il tempo disponibile.

Abbiamo la delicatezza di scegliere l'ora in cui le Chiese sogliono essere più deserte.

Si moltiplichi il numero delle Lampa­de Viventi e si lavori per costituirne un buon gruppo in ogni Parrocchia.

 

ESEMPIO EDIFICANTE

Una signora, ogni sera, prima di an­dare a riposo, si appressava alla finestra e stava lì alcuni momenti a guardare ed a pregare.

Interrogata cosa facesse, rispose: Alla sera si salutano le persone care e si dà loro la buona notte. E' bene che io faccia così anche con Gesù Sacramen­tato. Chi più caro di Lui? Dalla finestra spingo lo sguardo verso la Chiesa più vi­cina, ov'è Gesù solitario, e gli dico: Gesù mio, tu questa notte resti solo, abbandonato, mentre c'è chi gozzoviglia offendendoti oppure riposa. Non poten­do io farti compagnia, come desidererei, lascio davanti al tuo Tabernacolo il mio Angelo Custode; che faccia lui le mie parti. Invito i nove Cori degli Angeli e specialmente la Madonnina a renderti gli omaggi che vorrei renderti io. Bene­dici intanto me, i miei cari, tutti i tuoi figli e quelli che non ti pensano.

Fatto questo, vado a riposo serena, con la pace nel cuore.

Se la notte mi sveglio, porto subito il pensiero al Tabernacolo e rinnovo il mio saluto a Gesù. Lo stesso faccio appena mi sveglio al mattino.

Credo che Gesù ne resti contento, per­ché io sento nel mio intimo la sua bene­dizione e provo sempre la sua assistenza in tutto ció che faccio. -

Lo scrivente disse alla devota signora: Ringrazi Gesù che le ha dato questa san­ta ispirazione. Continui a fare come ha fatto, anzi consigli ad altri di fare altret­tanto. Questa è prova della sua fede eu­caristica.

 

LODI SACRE

A chi ama il canto, si suggerisce di sfruttare in bene questa inclinazione. Quante canzoni, non sempre racco­mandabili, si odono e non solo per radio o per disco, ma anche direttamente!

Ci sono delle lodi ed inni eucaristici veramente graziosi.

Quando si ha voglia di cantare  é le circostanze lo permettono, si canti qual­che lode eucaristica, che, se è accompa­gnata dal sentimento religioso, diviene una preghiera ed alimenta lo spirito eu­caristico.

 

LA COMUNIONE

Quando si riceve qualche Sacramento, si partecipa alla grazia che ogni Sacra­mento comunica. Ma quando ci si acco­sta alla Comunione, si riceve l'Autore e la Fonte della grazia, che è Gesù Cristo.

E' alla Comunione che deve portarsi una fede viva ed amorosa! Ed è proprio questa fede che oggi lascia tanto a de­siderare.

Nessuno sarebbe degno di comunicarsi e nutrirsi delle Carni Immacolate del Fi­glio di Dio; ma poiché Gesù si è fatto Cibo Celeste dell'umanità pellegrina sul­la terra, andiamo incontro al suo deside­rio e comunichiamoci spesso, spessissi­mo, specialmente nei giorni festivi. Sfor­ziamoci di presentargli l'anima più pura e più fiduciosa che sia possibile. Gesù sa compatire le nostre deficienze.

Comprese bene questo Santa Teresina del Bambino Gesù, che scrisse nella sua Storia:

Quando sto per accostarmi alla Santa Comunione, mi rappresento qualche vol­ta l'anima mia sotto la figura di una bambina di tre o quattro anni, la quale a forza di giuocare, ha capelli e vestiti insudiciati ed in disordine. La mamma rimedia a tutto e subito.

E' la Mamma Celeste, la Madonna, che si dà premura di me. In un batter d'oc­chio Ella mi toglie il grembiulino sudi­cio, mi ravvia i capelli, li adorna di un piccolo nastro o anche solo di un fiorel­lino... e questo basta per rendermi gra­ziosetta e farmi sedere senza arrossire al Banchetto degli Angeli.

Per il ringraziamento della Comunio­ne faccio così:

Mi raffiguro l'anima mia come uno spazio vuoto e prego la Madonna a to­glierne gl'ingombri, che sono le imperfe­zioni; poi la prego d'innalzarsi Lei stessa un grande padiglione degno del Cielo e di adornarlo di drapperie sue proprie.

Quindi invito tutti gli Angeli ed i Santi a venirci a cantare il cantico dell'amore. Mi pare allora che Gesù sia contento di vedersi così magnificamente ricevuto ed io partecipo della sua gioia.

Tutto questo non impedisce le distra­zioni ed al sonno di venirmi ad importu­nare. In tal caso sono solita prendere la risoluzione di continuare il mio ringra­ziamento la giornata intiera, poichè mi è riuscito di farlo male in Cappella. -

Non tutti possono accostarsi alla Co­munione con il metodo di Santa Teresi­na. Ognuno però abbia il suo metodo per­sonale e chi non l'avesse, se lo formuli. Sarà questo un buon mezzo per comuni­carsi con maggiore frutto.

Si tenga da tutti presente che l'ora più preziosa della giornata è quella che se­gue la Santa Comunione. Attenzione per conservare in quell'ora un discreto rac­coglimento, stando uniti con Gesù me­glio che sia possibile.

 

IL DUCA DI SASSONIA

Tutti quelli che vanno a comunicarsi sono in grazia di Dio? Tutti si presenta­no a Gesù Eucaristico detestando le col­pe veniali? Tutti ravvivono la fede, stan­do a contatto con Gesù Sacramentato?

Si rifletta sull'episodio che segue!

Lo storico Tilmano di Brendembach racconta del Duca di Sassonia Witte­chindo, che era infedele, che gli venne la curiosità di vedere quello che avve­niva nell'esercito di Carlo Magno, il qua­le era religioso. Per poterlo fare con mag­giore agio, si vestì da povero e vi andò.

Essendo allora tempo di Settimana Santa, in cui la gente accorreva a comu­nicarsi, entrò in una Chiesa per osser­vare ogni cosa.

Ne osservò una assai meravigliosa al momento in cui il Sacerdote distribuiva la Comunione. Vedeva un Bambino mol­to bello e risplendente in ciascuna di quelle Particole Consacrate, che il Sacer­dote teneva in mano.

Osservó che quel Bambino entrava in alcune bocche tanto allegro e di buona voglia, che pareva che con fretta da se stesso anticipasse l'entrata.

In altre bocche invece sembrava che entrasse molto di mala voglia e come forzato, perchè voltava la faccia e si agi­tava come facesse resistenza per non en­trarvi.

Per questa visione prodigiosa il Duca di Sassonia si convertì alla Religione Cattolica con tutto il suo popolo.

Nella sacra storia si narra pure di una Serva di Dio, che ebbe un'altra visione, se non identica, in qualche modo simile alla precedente.

Costei assisteva alla distribuzione del­la Comunione. Vide che certe bocche dei comunicanti erano piene di vermi.

Gesù le spiegò il significato: Sono le anime che mi ricevono con negligenza, senza fede, macchiate di tante venialità, delle quali non intendono correggersi. -

In conclusione, se non si ha fede euca­ristica e non si crede a Gesù Sacramentato, allora è meglio non accostarsi al Ban­chetto Celeste; ma se si crede, si sia coe­renti, cioè ci si prepari bene alla Comu­nione, si faccia bene il ringraziamento e si mostrino nella vita pratica i frutti del­la Comunione.

 

ERRORE

Si fa notare l'errore di taluni che di­cono:

E' meglio comunicarsi di raro, ogni mese ed in qualche solennità, anziché con maggiore frequenza, perché comuni­candosi a distanza si riceve Gesù con più ardore e piacere e si sente di più il frut­to della Comunione. -

Si risponde che nella Comunione non si ha da cercare il piacere, perchè que­sto non è essenziale; quando c'è, si rin­grazi Dio e quando non c'è importa poco o nulla. L'essenziale è che si riceva Gesù con le dovute disposizioni.

Altri ancora dicono: Io non merito di comunicarmi con frequenza; preferisco farlo a lunghi intervalli. - Non si approva questo dire.

Scrissero molto bene in proposito S. Agostino e Sant'Ambrogio: Chi non me­rita di comunicarsi ogni giorno, non me­rita neppure di comunicarsi una volta all'anno.

 

IL VIATICO

Una piaga, che non è rara e che deve sparire dal popolo cristiano, è la poca stima, anzi la paura del Santo Viatico.

Viatico vuol dire «cibo per il viaggio». Presto o tardi bisogna partire da que­sto mondo; si muore. Il Cibo Celeste se sempre è necessario durante la vita, lo è specialmente alla fine.

Come si ha il dovere di comunicarsi almeno una volta l'anno nella Pasqua, così si ha lo stretto dovere di comuni­carsi in prossimità della morte.

Questo dovere incombe agli ammalati gravi; ma siccome per delicatezza (...se lodevole o riprovevole, ognuno giudichi... si nasconde agl'infermi la gravità del loro stato, costoro, già prossimi a mo­rire, si cullano nella falsa speranza di guarire e non si danno pensiero di comunicarsi, ovvero rimandano a quando po­tranno andare in chiesa. Frattanto so­praggiunge la morte e passano all'eter­nità senza Viatico.

Stando così le cose, è dovere e grande responsabilità dei parenti il disporre lo infermo al Viatico, facendone vedere i grandi vantaggi.

Perchè si ha timore di parlare di Co­munione agli ammalati gravi? Per non impressionarli con il pensiero della morte.

Questo timore però non c'è allorché si chiamano al letto dell'ammalato gli spe­cialisti per la consulta, come non c'è quando si tratta di chiamare il notaio per il testamento.

E' pietà crudele lasciar morire i pro­pri cari senza Viatico! Quella Confessio­ne che precede il Viatico, quella Comu­nione e quel Sacramento degl'Infermi, potrebbero annullare o ridurre al minimo il tempo del terribile Purgatorio. Oh, se potessero venire dall'altra vita tanti trapassati, che forse sono nell'in­ferno o che spasimano da lungo tempo in Purgatorio, come si avventerebbero o si lamenterebbero con quei parenti, che per falsa pietà li lasciarono morire sen­za Viatico!

Se si ha fede eucaristica, quale timore può aversi a ricevere Gesù, il Pane dei Forti, sul letto di morte? Non è Gesù che deve giudicare l'anima che spira e darle la sentenza della sorte eterna? Non è ot­tima cosa farsi amico il Giudice Divino prima della sentenza eterna?

Eppure, è dolorosissimo dirlo, ci sono anche anime che frequentano la Chiesa e la Comunione, che lasciano morire le persone care da pagane!

 

SONO GIA' A QUESTO PUNTO?

Era a letto, infermo, un Arcivescovo, proprio colui che mi conferì l'Ordine Sa­cerdotale.

Sentiva di star male, ma credeva che presto si sarebbe rimesso ed avrebbe ri­preso il lavoro.

Il medico disse segretamente al Sacer­dote che l'assisteva: Lei sappia regolar­si. Sua Eccellenza è grave, molto grave. -

Quel Sacerdote, che oggi è Vescovo ze­lante, pur sapendo che l'Arcivescovo era di delicata coscienza, si sentì in dovere d'informarlo del caso.

Si comprende che ci vuole tattica a comunicare certe notizie. Ma è questo uno degli atti di carità più eccellenti, che possa farsi al prossimo; del resto Dio aiuta con la sua grazia.

- Eccellenza, disse il Sacerdote, la vo­lontà di Dio è adorabile. Bisogna rasse­gnarsi e disporsi al gran passo. La fine è prossima. -

L'Arcivescovo, sorpreso, esclamò: So­no già a questo punto?

- Proprio!

- Beh, lasciami un po' solo e prepa­rati ad amministrarmi gli ultimi Sacra­menti. -

Degno di lode quel Sacerdote. L'Arci­vescovo era preparato a morire; ma quel­la preparazione prossima quanto gli sarà giovata!

 

L'AL DI LA'

Parlando del Viatico, si è fatto cenno della morte. Gioverà riflettere un po' sul fenomeno della morte, che, quantunque si constati tutti i giorni, resta sempre un mistero, sul quale soltanto la fede può dare luce.

Sui giornali, non è molto, apparve un articolo. Un americano, riccone, disse Prometto dieci mila dollari a chi prova scientificamente che dopo la morte con­tinuerà la vita. -

Credo nessuno si sia messo a studiare il problema, perchè si sa già in partenza che naturalmente è impossibile risolverlo.

Come si è detto, soltanto la fede può illuminare.

La Sacra Scrittura parla spesso della vita d'oltre tomba e del premio riservato ai giusti.

Nel libro della Sapienza si legge:

Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio ed il tormento della morte non li po­trà toccare. Agli occhi degli stolti parve che essi morissero e la loro partenza fu stimata una sciagura e la loro separa­zione da noi una distruzione. Invece es­si sono nella pace; e se nel cospetto de­gli uomini hanno sofferto dei tormenti, la loro speranza è piena d'immortalità. Dopo breve afflizione (della vita), saran­no messi a parte dei grandi beni, perchè Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé. Il Signore regnerà in essi eternamen­te. Quelli che confidano nel Signore, comprenderanno la verità. (Sapienza III-1...)

Gesù Cristo parla con frequenza della vita dell'al di là, nelle parabole, ad esem­pio in quella del ricco epulone e di Laz­zaro, sia in tutto il resto della sua dot­trina, specialmente quando parla della risurrezione universale dei corpi umani e del giudizio che farà nell'ultimo giorno del mondo, per premiare la schiera degli eletti e per punire quella dei reprobi. La sentenza del Giudizio Universale sarà la conferma di quella avuta da ciascuno subito dopo la morte.

Tutto il Vangelo è improntato alla vi­ta di oltre tomba. Gesù ne assicurò il buon ladrone, pendente dalla croce e prossimo a morire, dicendogli: Oggi sa­rai con me in Paradiso. (Luca XXIII-43)

E' dunque mancanza di fede il dire: Chi sa se è vero che dopo la morte l'ani­ma nostra continuerà a vivere?... Chi sa se è vero che alla fine del mondo i morti risorgeranno?...

Chi ha fede, come può mettere in dub­bio quello che Dio ha rivelato con insi­stenza ed in tanti modi?

La verità che i morti risorgeranno è ricordata negli articoli del Credo, con le parole: Credo la risurrezione della carne.

 

ZELO

I credenti si diano premura di portare la luce della vita di oltre tomba a chi vive nel buio, per ignoranza o per cattivo animo.

Ciò che può fare un buon libro in pro­posito, non può farlo una lunga discus­sione.

Si consiglia di diffondere, regalando o facendo pervenire da mano incognita, a chi non crede alla vita eterna i seguenti libretti, popolari, ma abbastanza convin­centi: «Il Paradiso », « L'Inferno c'è! » ed « I morti risorgeranno ».

 

LA CARITA'

La virtù che più si presta alla pratica della fede è la carità, la quale si basa sul­le parole di Gesù : Ció che avrete fatto all'ultimo di questi miei fratelli, l'avrete fatto a me. (Matteo XXV-40)

La carità è più importante della fede; infatti la fede e la speranza cesseranno con la morte, mentre la carità sussisterà in eterno, in quanto abbraccia non solo l'amore del prossimo, ma anche e spe­cialmente l'amore di Dio, che è eterno.

Dice San Paolo: Rimangono per ora (durante la vita) tutte e tre, fede, spe­ranza e carità; ma la più grande di esse è la carità. (I - Corinti XIII-13)

Si fa qualche riflessione sulla carità in quanto amore del prossimo, rilevando che la fede deve farci vedere nei nostri fratelli la persona di Gesù Cristo e con­vincerci che facciamo a Lui in persona quello che facciamo agli altri.

Non è qui il caso di fare un trattato sulla carità, in genere ed in specie. L'au­tore di questo scritto diffonde già un li­bretto in proposito, dal titolo « Il vero amore », al quale si rimandono i lettori.

Qui si vuole fermare l'attenzione so­pra un fatto particolare della carità, ri­guardante gl'infermi.

La malattia, a parte i fini che Dio si propone su ogni essere umano, è una sorgente di tesori spirituali. Però ci vuo­le fede.

Le malattie, presto o tardi, colpiscono tutti, perché il corpo è soggetto a mol­te miserie.

Quali virtù deve tenere presenti l'in­fermo? La rassegnazione alla volontà di Dio, la pazienza nel sopportare la croce e la carità verso chi l'assiste.

L'infermo prima di tutto non si dispe­ri, perchè la volontà di Dio deve farsi o si vuole o non si vuole; è meglio rasse­gnarsi.

I sacrifici ai quali ha da assoggettarsi ogni giorno, li offra a Dio come purifica­zione delle proprie colpe e come moneta mistica da offrire a Dio per la salvezza dei peccatori.

Pratichi bene la carità e perciò ap­prezzi i sacrifici che fanno quelli che lo assistono; non sia troppo esigente, per non gravare troppo su chi si prende cu­ra di lui; preghi per coloro che l'assisto­no, che lo confortano e vanno a visitarlo.

Però la malattia è più vantaggiosa a chi ha cura dell'infermo, che all'infermo stesso, perchè, illuminato dalla fede, chi assiste un sofferente usandogli cari­tà, si assicura la sentenza favorevole di Gesù Cristo per il giorno del Giudizio Universale.

Chi assiste un infermo, sempre se ha fede, può dire a se stesso:

Io assisto Gesù sofferente! Quando mi interesso di nutrirlo, di dargli da bere, di consolarlo, di fargli compagnia, di portar­gli un frutto, un dolce, un fiore, quando riesco a farlo sorridere... tutte queste de­licatezze le faccio direttamente a Gesù nella persona del prossimo sofferente!

Dice Santa Teresina: Nel monastero c'era una Suora inferma, vecchia, ner­vosa ed incontentabile. Fu affidata a me. Mi armai di santo coraggio e la trattai con tali delicatezze, che se fosse stato Gesù in persona, non avrei potuto fare di più e di meglio. -

Con questa fede agiscano tutti i cre­denti in Gesù Cristo, quando hanno da trattare con i sofferenti.   

 

LA SOFFERENZA

Uno dei punti più oscuri della vita umana sulla terra è quello del dolore o sofferenza.

Anche su questo è la sola fede che il­lumina.

Che si nasca piangendo, che si viva circondati di spine, più o meno pungenti, e che si muoia tra gli spasimi dell'ago­nia, nessuno può metterlo in dubbio.

Dalla Sacra Scrittura si rilevano certi perchè della sofferenza.

Gesù disse al paralitico di Betsaida, già miracolato:

Ecco, sei guarito! Non peccare più, af­finché non ti avvenga di peggio. (Gio­vanni V-14)

Dalle parole di Gesù si rileva che la sofferenza di trentotto anni di paralisi di quell'uomo, era dovuta ai suoi peccati ed era punizione ed espiazione del male fatto.

Tante sofferenze, che si riscontrano sulla terra, possono giudicarsi, all'occhio della fede, punizione ed espiazione delle colpe commesse.

Gesù, uscendo dal Tempio di Gerusa­lemme, vide un uomo cieco dalla nasci­ta. I suoi discepoli gli domandarono:

Maestro, chi ha peccato lui o i suoi ge­nitori per nascere cieco? - Gesù rispo­se: Né lui, né i suoi genitori hanno pec­cato, ma è cosi affinchè in lui si manife­stino le opere di Dio. (Giovanni IX -1...)

Quella cecità non fu frutto di colpa, ma disposizione della Sapienza Divina per la glorificazione di Gesù, il quale, ri­dando la vista ad un cieco nato, dimo­strava agli ebrei increduli la sua Divinità.

Come si rileva, la sofferenza può es­serci nel mondo per la gloria di Dio, che si serve di essa per dare occasione di ri­volgersi all'intercessione dei Santi e così dar luogo ai prodigi. La celebrità di Lour­des sarebbe oggi quella che è, se non ci fossero stati numerosi e strepitosi mira­coli? Come sarebbero avvenute le guarigioni repentine di gravi mali, spesso in­curabili, se non ci fossero stati gli am­malati?

Gesù si serve delle sofferenze degl'in­fermi, oltre che per glorificare la Madre sua ed i Santi, anche per arricchire di meriti i suoi eletti, per tenerli in genere distaccati da questo mondo ed aspirare al Cielo, per utilizzare le sofferenze dei buoni con la comunione dei Santi, river­sandone il frutto sui peccatori per conver­tirli, per riprodurre nelle anime ben di­sposte la sua immagine di Crocifisso, ecc...

Alla luce della fede potrebbero ancora rilevarsi altri fini soprannaturali nel mi­stero del dolore.

 

LEZIONE DI UNO STIMMATIZZATO

C'è chi sa soffrire, chi apprezza la sof­ferenza, chi ne ringrazia Dio e c'è anche chi lo supplica per mandargliene ancora. C'è chi pone la sua felicità proprio nel soffrire, così fu di Santa Teresa D'Avila, di Santa Teresina del Bambino Gesù, del venerabile Don Andrea Beltrami e di non pochi altri.

Ecco un pensiero di Padre Pio sulla sofferenza, preso da un discorso da lui tenuto con un'anima allenata alla soffe­renza:

Tu hai sofferto ed hai offerto a Gesù con generosità ogni singola tua pena per amore e tutta versata nell'amore.

Quanto buon gusto e preferenza dona al Signore la sofferenza di un'anima pu­ra e distaccata da tutto!

La sofferenza è il più grande poema dell'amore divino; è un mistero sacro, perchè sgorgato dalla redenzione di Ge­sù Cristo.

Non vi è altra via migliore per la san­tità che la sofferenza accettata per amo­re. Bisogna sorbirla come un dolce far­maco di massimo valore.

Quando la sofferenza si fa sentire di più, quella è l'ora del trionfo.

Quando tu soffri molto, spérditi nel­l'amore divino, rafforza la tua fede, ab­bandònati nel Cuore di Gesù! Egli ti darà la forza per sostenere tutte le pene, il penoso esilio della vita.

Tutto tutto il tuo patire resterà inciso a caratteri indelebili e sarà ricompensa­to in vita e nell'eternità.

Dunque, non dimenticare che la soffe­renza è di massimo valore. Non esiste fe­condità senza dolore, senza sacrifici, sen­za portare una croce.

Il Cuore di Gesù ardeva d'amore nel desiderio del battesimo di sangue, che lo attendeva.

Per gustare questa santa ebbrezza d'a­more, si deve perdere il senso di ogni piacere umano e gustare cosi le gioie dell'immolazione; si deve versare il san­gue dal cuore in unione alla Vittima Divina.

Dal Getsemani si sale al trionfo del Cielo.

C'è tanta sofferenza nel mondo; tutti hanno una croce da portare; ma pur­troppo l'umanità vacillante nella fede sperpera la sofferenza nell'abbattimento, nella lontananza da Dio e nella dispe­razione.

Perchè tutto questo?... Perchè non si ama più Dio, non si conosce più la via dolorosa del Calvario, percorsa dal Figlio di Dio per amore delle sue creature.

Si vuol vivere indisturbati anche dal­la più lieve sofferenza, mentre la cecità degli uomini è così densa, che ciò che es­si cercano di sfuggire, la Giustizia di Dio l'amministra loro, inseguendoli per farli ravvedere ed utilizzare il prezioso tem­po, che ad essi sfugge invano. -

Le parole di Padre Pio non abbisogna­no di commento.

 

GIACOMO SCAGLIONE

Non fu solo lo Stimmatizzato di San Giovanni Rotondo ad apprezzare il va­lore della sofferenza. Quanti altri, anche oggi, sono lieti di soffrire e di offrire a Dio con generosità! Quante anime belle, illuminate dalla fede, hanno trascorso l'intera vita nella sofferenza e vi hanno trovata la gioia del vivere!

Ero a Palermo e visitai la famiglia Scaglione; vi trovai parecchie persone.

In una stanza, seduta al tavolo, stava una donna anziana, la signorina Nicoli­na, sorella del rinomato Giacomo Sca­glione. Un buon mucchio di posta del­l'Italia e dell'estero le stava davanti.

- Lei, signorina, come trascorre la sua giornata?

- Soffrendo e lavorando. Devo stare sempre seduta, essendomi impossibile camminare per il male alla gamba. Ri­spondo alle lettere, che di continuo mi pervengono. E', mio fratello Giacomo, che è morto e che risveglia tanta gente. Su quella carrozzella trascorse circa mezzo secolo, soffrendo col sorriso sulle labbra e confortando i sofferenti. Quan­te grazie si sono ottenute e quante se ne attendono per la sua intercessione! E' ancora vivo nella mente dei Palermitani, che venivano a trovarlo. Si sono stam­pate immagini, giornaletti, opuscoli ed anche un grosso volume sulla sua vita. Speriamo che il Signore lo glorifichi con l'onore degli Altari! -

Io guardavo quella carrozzella, che nel suo muto linguaggio mi diceva: Qui è stato un uomo che, alla luce della fede, ha compresa la preziosità del dolore.

Padre Pio gli aveva annunziato, quan­do Giacomo era ancor giovane, che non sarebbe mai guarito.

Si chiude il tema del dolore ricordan­do Salvatore Daffronto, nato a Lercara (Palermo) nell'agosto del 1925 e morto nell'ottobre del 1968.

Si riporta qualche tratto dell'articolodel giornalista Nino Barraco, pubblicato su «Voce nostra.

Mi recai un giorno da Salvatore Daf­fronto per confortarlo, sapendolo amma­lato da lunghi anni; invece rimasi con­fortato io. Gli dissi: Lei è solo?

- No, sono sempre in compagnia; il compagno che non mi lascia mai è il dolore. -

Il suo volto era sereno, sorridente ed aperto. Un tempo si ribellava al dolore e bestemmiava. Poi venne la luce ed il suo sorriso s'incontrò con quello di Dio. Diceva l'infermo:

Quando avevo la salute del corpo, il mio cuore non era appagato mai; ero sempre malinconico, ansioso di vedere, di sentire, di girare il mondo. Nulla mi soddisfaceva, perchè mi mancava la gra­zia del Signore. Ora sono da anni infer­mo in un letto con tanti dolori. Cinque operazioni ha sopportato il mio misero corpo e per sollevarmi mi hanno fatto dieci trasfusioni di sangue. E con tutto ciò la mia vita scorre serena ed in pace, cercando con le mie sofferenze di solle­vare Gesù. L'ammalato non è un peso per l'umanità. E' tempo che tutti lo ca­piscano. -

Continua il giornalista:

Gli domandai quale fosse il suo cibo e mi rispose: Il mio nutrimento giorna­liero è fare la volontà di Dio. -

E' facile dire: La sofferenza sia accol­ta con gioia! - Ma comprendere questa verità, sorridere quando si hanno le car­ni martoriate e le gambe legate sopra una barella, è duro e meraviglioso in­sieme.

Malgrado lo stato di sofferenza, tutti i giorni, stando sulla carrozzella, si faceva spingere in Chiesa, ci fosse l'intemperie o la neve.

Diceva ancora:

Per capire chi soffre, bisogna che ci sia uno che abbia sofferto. Per questo ci può capire solo Gesù. Dobbiamo ringra­ziare il Signore, perchè Egli ci manda quelle sofferenze che possiamo soppor­tare. -

Salvatore Daffronto soffriva ed offri­va; pregava molto e quando i dolori s'in­tensificavano, diceva: Un figlio può dire al padre: Basta! - Ma io non posso di­re a Dio: Basta! - perchè sono uno schiavo d'amore, sono un'anima ostia. - L'infermo continuò a dirmi:

Caro Nino, a volte anche il respiro è un tormento. Non credevo che si potes­se soffrire tanto! Ed ogni giorno che passa aumentano le sofferenze; ma con l'aiuto della Madonna spero di fare in tutto la volontà di Dio. Crescono le sof­ferenze e crescono pure le speranze con Gesù di fare un po' di bene alle anime. I granai sono stati aperti; ho bisogno di metterci dentro tante anime, tutte le anime! -

Quando lo spasimo di quel corpo era troppo, si apprestava all'infermo la mor­fine; ma egli soleva rifiutare per non sottrarsi alla sofferenza.

E Dio lo riempiva di gaudio misterio­so, tanto che Salvatore diceva: Mi si cre­da! Io piango di gioia, non di dolore. Dio è buono, è buono! Da quando ho comin­ciato a soffrire di più, sono più sereno. Oh, le tenerezze del dolore non sono co­nosciute! -

L'otto ottobre, a mezzogiorno, mentre Salvatore Daffronto alzava la mano per segnarsi con la Croce e recitare l'Ange­lus ...  chiuse gli occhi alla terra per aprirli in Cielo. Soffrì venticinque anni, ma il suo gaudio è eterno.

Questi episodi contemporanei sono lu­ce e monito ai gaudenti del mondo, irrequieti, incontentabili e ribelli alla mini­ma sofferenza, perchè non sono illumi­nati dalla fede.

Le anime ferventi, « anime ostie», imparino da Salvatore Daffronto come soffrire per salvare le anime, molte ani­me, tutte le anime!

Tutti impariamo ad accettare con ras­segnazione e merito le quotidiane soffe­renze, pensando che nel mondo c'è chi soffre più di noi e meglio di noi!

 

IL RISPETTO UMANO

Un figlio che si vergogna di suo padre, è uno snaturato. Un Cristiano che si ver­gogna di apparire tale, non è un degno seguace di Gesù Cristo, ma un rinnegato.

Se si ha una fede, si ha il dovere di professarla, cioè di esternarla con le pa­role e con le opere, senza rispetto uma­no, il quale consiste nel timore di pro­fessare la fede per paura della critica altrui.

Si deve temere Dio e non la critica dei cattivi e degl'ignoranti.

Lo dice il Signore per mezzo del Pro­feta Isaia: Riconoscete come Santo il Si­gnore degli eserciti. Egli sia il vostro spavento ed il vostro terrore. (Isaia VIII-13)

Dice Gesù Cristo: Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l'anima. Temete piuttosto Co­lui che può mandare in perdizione nel­l'inferno e l'anima ed il corpo. (Matteo X-28)

Ed ancora: Chi si vergognerà di me e delle mie parole in mezzo a questa ge­nerazione adultera e peccatrice, anche di lui si vergognerà il Figlio dell'Uomo quando verrà nella gloria del Padre suo con gli Angeli e con i Santi. (Marco VIII-38)

San Paolo scrive ai Romani: Io non mi vergogno del Vangelo, che è virtù di Dio a salvezza di ogni credente. (Roma­ni I-16)

Se tu con la tua bocca confesserai il Signore Gesù e crederai in cuor tuo che Dio l'ha risuscitato da morte, tu sarai salvo, perchè, credendo di cuore, si perviene alla giustizia e la confessione del­la bocca porta alla salvezza. Infatti dice la Scrittura: Chiunque crede in Lui, non sarà confuso. (Romani X-9...)

San Paolo, per professare la sua fede, mirava sempre a Dio, non curandosi del­la stima degli uomini: Ora, che cosa pos­so cercare nelle presenti condizioni, il fa­vore degli uomini o quello di Dio? Forse di piacere agli uomini? Ma se piacessi ancora agli uomini, non sarei servo di Cristo. (Galati I-10)

E l'apostolo San Paolo professó solen­nemente la sua fede, facendosi decapi­tare.

 

IL CONIGLISMO

Siamo in un'epoca, in cui la fede riceve forti scosse. C'è chi ha paura di manife­starla, chi la perde e c'è purtroppo chi la disprezza per darsi aria di modernità e per non apparire in società da meno degli altri.

Si distrugga il rispetto umano! Che ritorni la fede viva e forte dei Martiri, i quali la professavano davanti ai carne­fici, pronti a qualunque tormento! Lasciarsi vincere dal rispetto umano! Oh, quale insensatezza! E dov'è la for­tezza cristiana e la dignità personale? Il rispetto umano è chiamato « coni­glismo » e giustamente, perchè, come il coniglio per timidezza appena è visto scappa e va a nascondersi nella tana, così chi ha paura di dimostrare la sua fede, all'occasione di parlare per difen­dere i diritti di Dio, tace ed al momento di agire si tira indietro e si nasconde. Sono innumerevoli le vittime del ri­spetto umano e ne è prova la vita paga­neggiante del tempo attuale.

 

PROFESSARE LA FEDE

Chi è forte, è apprezzato anche dai ne­mici; chi è vile, è disprezzato da tutti. Dunque, si sia forti e sempre pronti a dimostrare la propria fede.

Perchè nella Messa Comunitaria i fe­deli alla recita del Credo stanno in pie­di? Con questo gesto dimostrano a vicenda la propria fede e la disposizione a pro­fessarla apertamente, sempre ed ovun­que.

Si professi la propria fede

1) Si conduca vita veramente cristia­na. Il buon esempio costante è professio­ne di fede.

2) Si stia lontano da quei luoghi e da quei passatempi in cui la dottrina di Ge­sù Cristo non è tenuta in conto ed è piuttosto disprezzata.

3) Quando si parla contro la Religio­ne o contro le disposizioni del Sommo Pontefice o contro l'Ordine Sacerdotale, si prenda la parola per difendere i dirit­ti di Dio.

4) Se si dibatte una questione, già ri­solta dalla divina rivelazione, quale sa­rebbe quella del divorzio, non ci si chiu­da nel silenzio, ma si dica apertamente che il divorzio è condannato direttamen­te da Dio e chi l'ammette non può essere un seguace di Gesù Cristo.

5) Si vada contro corrente, evitando e lottando il nudismo, perchè anche ciò é professione di fede.

6) Non si abbia vergogna di dare un saluto o di fare qualsiasi atto di riveren­za passando davanti ad una Chiesa o di segnarsi con la Croce pubblicamente, quando ciò è confacente a certe circo­stanze; quale sarebbe all'inizio di un viaggio.

Resta sempre gigantesca nella storia la figura di San Giovanni Battista, esem­pio di fortezza, pronto a richiamare lo stesso re Erode, che dava scandalo, e pronto a piegare il capo sotto la scure.

Gesù stesso la additava agli Ebrei co­me esempio: Chi siete andati a vedere nel deserto? Forse una canna battuta dal vento? -

Questo è l'elogio fatto dal Figlio di Dio al suo Precursore.

Che Gesù abbia a dire lo stesso di ogni suo seguace, di ogni battezzato:

Tu hai la vera fede! Non sei una de­bole canna, ma una colonna di granito!

 

 FINE

Appendice 1

PREGHIERA PER CONSERVARE LA FEDE

Signore, io credo; io voglio credere in Te. O Signore, fa' che la mia fede sia piena, senza riserve, e che essa penetri nel mio pensiero, nel mio modo di giudicare le cose divine e le cose umane.

O Signore, fa' che la mia fede sia libera; cioè abbia il concorso personale della mia adesione, accetti le rinunce e i doveri ch'es­sa comporta e che esprima l'apice decisivo della mia personalità: Credo in Te, o Si­gnore.

O Signore, fa' che la mia fede sia certa; certa d'una esteriore congruenza di prove e di una interiore testimonianza dello Spi­rito Santo, certa d'una sua luce rassicurante, d'una sua conclusione pacificante, di una sua assimilazione riposante.

O Signore, fa' che la mia fede sia forte, non tema le contrarietà dei problemi, onde è piena l'esperienza della nostra vita avida di luce, non tema le avversità di chi la di­scute, la impugna, la rifiuta, la nega, ma si rinsaldi nell'intima prova della Tua verità, resista alla fatica della critica, si corrobori nella affermazione continua sormontante le difficoltà dialettiche e spirituali, in cui si svolge la nostra temporale esistenza.

O Signore, fa' che la mia fede sia gioiosa e dia pace e letizia al nostro spirito e lo abi­liti all'orazione con Dio e alla conversazio­ne con gli uomini, così che irradi nel collo­quio sacro e profano l'interiore beatitudine del suo fortunato possesso.

O Signore, fa' che la mia fede sia ope­rosa e dia alla carità le ragioni della tua espansione morale, così che sia vera ami­cizia con Te e sia di Te nelle opere, nelle sofferenze, nell'attesa della rivelazione fi­nale, una continua ricerca, una continua te­stimonianza, un alimento continuo di spe­ranza.

O Signore, fa' che la mia fede sia umile e non presuma fondarsi sull'esperienza del mio pensiero e del mio sentimento; ma si arrenda alla testimonianza dello Spirito San­to e non abbia altra migliore garanzia che nella docilità alla Tradizione e all'autorità del magistero della santa Chiesa. Amen.

(S. S. Paolo VI)

 

Appendice 2

INCONTRO CON IL RE D'AMORE

II più gran dono che Gesù abbia fatto al­l'umanità, dopo la sua Incarnazione, è stato quello dell'Eucaristia. Pur essendo in Cielo nello stato glorioso, Anima e Corpo, ha vo­luto restare, in modo misterioso ma reale, vivo e vero, Anima e Corpo, nella S.S. Eu­caristia. A Dio tutto è possibile.

Sia benedetta in eterno quell'ora, in cui il Figlio di Dio fece l'ultima Cena con i suoi discepoli!

Acceso d'amore, sino all'estremo limite, disse: « Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi prima di patire ».

L'ardente desiderio di Gesù era l'istitu­zione dell'Eucaristia. Infatti, finita la Cena, consacrò il pane ed il vino, mutandone la sostanza nel suo Corpo e nel suo Sangue, e diede il potere di rinnovare la Consacra­zione agli Apostoli ed ai loro successori.

Da quell'ultima Cena sino ad oggi e sino alla consumazione dei secoli, Gesù è nei Tabernacoli, per ricevere le adorazioni e gli omaggi dei suoi redenti e per essere il loro cibo e sostegno nel pellegrinaggio della vita.

Alle anime amanti di Gesù Eucaristico si lancia un appello, invitandole ad un incon­tro con il Re d'Amore alle ore 20 di ogni giovedì.

E' questa l'ora dell'appuntamento con Gesù, ora memoranda del Mistero Eucari­stico; è l'ora ché si propone:

1° Fare partecipare le anime più ferventi a quella Mistica Mensa, dalla quale scaturì dal Cuore di un Dio fatto uomo tutto il suo ardente amore nel donarsi alle anime.

2° Riparare le offese, le ingratitudini, la dimenticanza e tutti i sacrilegi che si com­mettono al contatto dell' Eucaristico Cibo Divino.

Pratica:

1° Essere puntuali all'orario del giovedì sera, affinchè Gesù veda contem­poraneamente vicino a Sé una grande schie­ra di cuori riconoscenti e riparatori.

2° Coloro che possono, facciano l'Ora Santa, in famiglia o altrove, da soli o me­glio in compagnia. Chi non potesse dedi­care un'ora o neppure un quarto d'ora, si raccolga almeno per un po' di minuti, an­dando con il pensiero ai mille Tabernacoli sparsi nel mondo, ove Gesù è solitario ed abbandonato. Si ripeta con amore la se­guente invocazione, intonata al ringrazia­mento ed alla riparazione:

« Grazie, Gesù Sacramento, del grande dono che ci hai dato! ».

« Per il Tuo Sacramento d'Amore, miseri­cordia, mio Signore! ».

3° L'ora dell'incontro con Gesù si trascor­ra in un raccoglimento particolare, ma rela­tivo, secondo le proprie necessità. Anche il canto di Lodi Eucaristiche dà gloria al Re d'Amore... L'anima amante faccia delle bre­vi Comunioni spirituali, dicendo: Gesù, Tu sei mio, io sono tua!

4° Diffondere a voce e per iscritto que­sta preziosa crociata.

Prima e dopo le preghiere private abi­tuarsi a dire: « Sia lodato e ringraziato ogni momento - II Santissimo e Divinissimo Sa­cramento ». Ciò servirà a riparare la poca fede eucaristica e le irriverenze che si com­mettono davanti ai Tabernacoli.

 

Appendice 3

DOMENICHE SANTIFICATE

La Comunione di Pasqua, una volta l'an­no, non è sufficiente a vivere da buoni Cri­stiani. II Concilio di Trento dichiarò che è desiderio della Chiesa che i fedeli, ogni­qualvolta assistano alla Messa, si accostino alla Comunione.

La domenica si va a Messa; si consiglia quindi di comunicarsi ogni domenica. Vantaggi. La Comunione domenicale:

1°) Soddisfa al desiderio di Gesù, che dice nel­la Messa: « Prendete e mangiate tutti! ».

Si compia la pratica delle Domeniche San­tificate per impetrare dallo Spirito Santo la luce divina ai capi delle Chiese Scismatiche, Ortodosse e Protestanti, affinché riconosca­no la suprema autorità del Papa, legittimo Successore di San Pietro nella Sede di Roma.

Nessun Cattolico resti indifferente davan­ti a questo urgente problema!

Le anime zelanti diffondano, a voce e per iscritto, i vantaggi di questa Crociata. Pratica. Ogni fedele sia un apostolo e tro­vi almeno una decina di persone da dispor­re alla Comunione domenicale.

(Da « Domeniche Santificate »)

 

Appendice 4

SECONDO PRECETTO DELLA CHIESA

1° II Venerdì, se c'è un giusto motivo, si può mangiare la carne; però si deve sup­plire in quel giorno con qualche opera buona.

In Quaresima non si mangia la carne in tutti i venerdì e nel giorno delle Ceneri. Si­no ai 14 anni di età compiuti non si è te­nuti all'astinenza della carne.

Questo Precetto, dopo i 14 anni, non ha limite d'età.

Sono esenti gli ammalati e quelli che han­no qualche grave motivo.

2° II digiuno è prescritto due volte l'an­no: il giorno delle Ceneri e il Venerdì Santo. E' tenuto al digiuno chi ha compiuti i 21 anni d'età, sino ai 59 anni compiuti. Sono dispensati gli ammalati, chi è troppo debole e chi fa lavori molto faticosi.

Si può digiunare così: A colazione è per­messo, a chi ne sentisse il bisogno, un leg­gerissimo cibo. A pranzo è permesso tutto, in quantità e qualità, tranne la carne. La ce­na sia molto moderata. Si può invertire il pranzo con la cena.

E' consigliabile che non si parli di queste norme a coloro che potrebbero disprezzarle o non metterle in pratica; per prudenza è meglio lasciarli in buona fede.

FUGGIRE IL PECCATO

Hai peccato? Non peccare più, ma prega an­che per le colpe passate per ottenere il per­dono.

Come dalla faccia del serpente, così fuggi dal peccato; se ad esso ti accosti, ti morderà. I suoi denti sono denti di leoni, che ucci­dono le anime degli uomini.

Ogni colpa è come spada a doppio taglio ed alla sua ferita non c'è rimedio. L'arroganza e la violenza annientano le ric­chezze; la casa della grande abbondanza sarà spiantata dalla superbia e così i beni dell'or­goglioso saranno sradicati.

Dalla bocca del povero la preghiera giun­gerà sino alle orecchie di Dio e ben presto sa­rà resa a lui giustizia...

Chi si fabbrica la casa con i denari altrui, è come colui che mette assieme le pietre sen­za calce e senza cemento.

La riunione degli iniqui è stoppa ammuc­chiata e finirà fra le fiamme ardenti. La via dei peccatori è ben lastricata di pietre, ma va a finire all'inferno, nelle tenebre e nei tor­menti.

(Dalla Sacra Scrittura - Ecclesiastico - XXI - 1 ... )

 

DOVERI VERSO 1 POVERI

Figlio, non defraudare al povero l'elemosina e non rivolgere dal bisognoso gli occhi tuoi. Non di­sprezzare colui che ha fame e non inasprire il po­vero nella sua indigenza.

Non affliggere il cuore del meschino e non dif­ferire il soccorso a chi è nelle angustie. Non riget­tare la preghiera del tribolato e non rivolgere la faccia dal povero.

Non rivolgere gli occhi tuoi dal mendico per sde­gno e non dare occasione di maledirti dietro le spalle a coloro che ti pregano, perché 1'imprecazione di chi ti maledice nell'amarezza dell'anima sarà esaudita; l'ascolterà Colui che lo creò.

Renditi affabile alla folla dei poveri... Porgi sen­za annoiarti l'orecchio al povero; soddisfa il tuo debito e rispondi a lui con benignità e mansue­tudine.

Libera dalla mano del superbo colui che soffre ingiuria e non sia ciò gravoso all'anima tua. Nel giudicare sii misericordioso qual padre ver­so gli orfani...

Così tu sarai come un figlio ubbidiente dell'Al­tissimo ed Egli avrà compassione di te più di una madre.

 

 

TIMORE DI DIO

Voi che temete il Signore, aspettate con pazien­za la sua misericordia e non v'allontanate da Lui per non cadere.

Abbiate fede in Lui e non perderete la vostra ri­compensa. Sperate in Lui ed a vostra consolazione verrà la misericordia. Amatelo e saranno illumi­nati i vostri cuori...

Dio ha compassione ed è misericordioso; nel giorno della tribolazione perdona i peccati ed è protettore di tutti quelli che lo cercano con sincerità.

Guai al cuore doppio, alle labbra scellerate, alle mani che fanno il male!... Guai agli scoraggiati che non hanno fiducia in Dio! Per questo non sa­ranno da Lui protetti.

Guai a quelli che perdono la pazienza ed ab­bandonano le vie rette per andare in quelle storte! Che faranno essi quando Dio comincerà a rive­dere i conti?

Coloro che temono il Signore presteranno fede alla sua parola e coloro che lo amano seguiranno le sue vie. Quelli che temono il Signore cercano le cose che piacciono a Lui e quelli che lo amano so­no ripieni della sua legge; prepareranno i loro cuori ed alla sua presenza santificheranno le loro anime; osservano i suoi comandamenti ed avranno pazien­za finché Egli non volgerà lo sguardo. E diranno: Se non faremo penitenza, cadremo nelle mani del Signore e non nelle mani degli uomini.

Ma quanto Egli è grande, altrettanto è miseri­cordioso.

(Dalla Sacra Scrittura - Ecclesiastico - 11-7... ) 

(Dalla Sacra Scrittura - Ecclesiastico - IV-1)