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LA SANTA MESSA
1. Il nome
Messa è il nome più comune per indicare la celebrazione eucaristica, ve ne sono però anche altri: cena del Signore, frazione del pane, Eucaristia. Essa deriva dal latino missa che significa congedo, commiato, si tratta del termine usato dai romani nel terzo e quarto secolo per indicare la fine di un’adunanza. Così nel linguaggio liturgico l’espressione fu usato per significare la fine della celebrazione eucaristica: ite missa est. Dal quarto secolo è comunque questo il nome più usato della celebrazione. L’altro termine è Eucaristia, che deriva dal greco, significa rendimento di grazie e ricorda la preghiera di ringraziamento che Gesù fece durante la cena pasquale secondo il rito ebraico. Il termine indica più precisamente il racconto dell’ultima cena che il sacerdote fa al momento della consacrazione, poi si è allargato fino a comprendere tutta la celebrazione. Una antica testimonianza in San Giustino verso l’anno 160 ci offre le prima descrizione dell’eucaristia domenicale a Roma e già segnala le due parti fondamentali della messa, cioè la liturgia della parola e la liturgia eucaristica, che sono presenti allora come oggi. Attorno a questi due nuclei dal quarto secolo in poi abbiamo un notevole sviluppo di riti e preghiere.
2. I protagonisti
I protagonisti sono due: il sacerdote e i fedeli. Il popolo partecipa
attivamente alla celebrazione, almeno fino all’ottavo/nono secolo, quando la
messa pian piano cominciò a divenire un fatto privato del sacerdote, anche per
l’uso del latino che pochi ormai conoscevano. Inizia così un progressivo
distacco del popolo dalla messa che solo con la riforma liturgica di Paolo VI
dopo il Concilio Vaticano II cominciò ad essere combattuto, a cominciare
dall’introduzione delle lingue nazionali. Così la liturgia è tornata ad essere
un’azione compiuta dall’intera assemblea di cui il sacerdote è presidente
qualificato a nome di Cristo.
3. Il giorno e il luogo: riuniti in assemblea nel giorno del Signore
Fin dai tempi degli apostoli i cristiani si sono riuniti di domenica (e non di
giovedì, ad esempio) per celebrare la resurrezione di Cristo il quale è risorto
il giorno dopo il sabato ed è apparso otto giorni dopo. La domenica la comunità
cristiana si riunisce in chiesa per celebrare l’eucaristia. È il segno visibile
più comune di essa. I cristiani sono, infatti, coloro i quali vanno a messa,
almeno con una certa frequenza. L’assemblea riunita anticipa già il regno di Dio
dove saremo sempre con il Signore. Essa è una espressione di comunità, di chiesa
che è costitutiva dell’essere cristiani. Per questo non si assolve il precetto
quando, potendolo fare, non si va in chiesa, e magari si guarda la messa alla
televisione. La chiesa è il luogo deputato di norma per la celebrazione.
4. Celebrazione, sacramento, rito
La Santa messa è, prima di tutto, una celebrazione, cioè un’azione pubblica e
solenne compiuta da una assemblea. Questa celebrazione è liturgica in quanto
esercitata dalla Chiesa, capo e corpo insieme, e tale da rendere a Dio il culto
perfetto. La Santa messa è poi una celebrazione sacramentale in quanto rende
presente, per mezzo dei segni, l’opera della salvezza compiuta da Cristo. Noi
crediamo, infatti, che Cristo risorto sia effettivamente presente, realmente
presente con il suo corpo e il suo sangue glorioso, sia pure nel segno umano del
pane e del vino. La Santa messa è infine un rito, perciò il suo svolgimento non
è lasciato alla libera immaginazione e creatività della comunità che la celebra,
o del suo sacerdote, ma segue leggi e norme fissate dalla consuetudine e
dall’autorità. Questo rito ha il compito essenziale di rendere presente per noi
oggi l’evento centrale della fede cristiana che è costituito dalla morte e
risurrezione di Gesù, cosa che accade ad ogni celebrazione. Tale rito, al tempo
stesso, rende possibile per noi l’essere presenti alla Pasqua del Signore, anche
ci dobbiamo sentire perciò contemporanei a ciò che lì accadde: il dono
dell’Eucaristia, avvenuto durante l’ultima cena, la passione e morte di Gesù
sulla croce, la risurrezione, ma anche, poi, l’ascensione e l’invio dello
Spirito Santo a Pentecoste.
5. Il celebrante
Se ogni Santa messa ripresenta questi avvenimenti, solo Gesù la può celebrare,
ed infatti è proprio così, ma nel tempo ciò avviene attraverso il sacerdote e i
fedeli presenti, tuttavia sempre nel senso che attraverso di loro, e con loro, è
Cristo che opera. Perciò possiamo fin da subito proporre una conclusione di
fondamentale importanza: gli avvenimenti della Pasqua che furono causa di
salvezza per quanti allora erano presenti e dissero il loro sì della fede, sono
resi attuali per quanti oggi partecipano ad una Eucaristia, i quali dunque, allo
stesso modo, sono chiamati a dire il loro sì libero e responsabile. È lo stesso
Cristo che offre infatti la sua vita per noi, e ciò avviene realmente, anche se
attraverso i segni della liturgia: è questo davvero un grande miracolo! Per noi
che partecipiamo ciò significa allora essere interpellati come furono i primi
cristiani a quel tempo, dunque come allora essi furono chiamati ad una risposta
e ad una vita coerente, così lo siamo oggi anche noi. Perciò il sacrificio di
Cristo deve anche diventare il sacrificio della chiesa, dei cristiani che
offrono la propria vita al Signore e ai fratelli, esattamente come Gesù. Ne
consegue che i fedeli non assistono alla messa come si assiste ad uno
spettacolo, ma partecipano attivamente, pregano insieme gli uni con gli altri,
gli uni per gli altri. Per questo dopo il giorno di Pentecoste la chiesa si è
sempre riunita per celebrare la messa che è dunque il culmine della sua vita, ma
anche la fonte di ogni suo gesto e azione.
6. Saluto del celebrante e atto penitenziale
Dopo il bacio dell’altare, simbolo di Cristo, la Messa ha inizio, naturalmente,
con il segno della croce. Abbiamo testimonianza certe dell’uso cristiano del
segno della croce fin dal III secolo, esso era un modo di affermare e professare
la propria appartenenza a Cristo dopo il battesimo. L’uso di farlo nel mondo
attuale è piuttosto recente lo troviamo nella liturgia del secolo sedicesimo ma
forse era praticato anche prima. Più antico è il segno di croce fatto con le
dita sulla fronte sulla bocca sul petto. L’espressione nel nome del Padre del
Figlio e dello Spirito Santo assume anche il significato di una benedizione, era
una formula di benedizione usata nel medioevo. Segue il saluto del celebrante ai
fedeli, e poi l’atto penitenziale, secondo una prassi antichissima che risale al
primo secolo (Didachè). Le formule dell’atto penitenziale sono diverse, tra le
più antiche vi è il Confiteor e il Kyrie eleison. Quindi a nome di tutti il
sacerdote implora il perdono . Si tratta di un atto comunitario che ottiene da
Dio il perdono dei peccati veniali, a condizione che si sia sinceramente
pentiti. La chiesa, cioè, riconosce di essere santa, ma anche peccatrice e
umilmente chiede il perdono. A questo punto il cuore gonfio di gioia quasi
esplode nel rendere grazie a Dio con la recita o il canto del Gloria , un inno
che inizialmente si recitava forse soltanto a Natale e a Pasqua, ma che poi fu
esteso alle domeniche e alle feste. Con tale preghiera si manifesta la nostra
comprensione della sua gloria e il nostro aderire a lui fino in fondo. I riti
introduttori terminano con la preghiera del sacerdote che è detta colletta
perché raccoglie le preghiere particolari della comunità in una preghiera unica,
ma anche perché viene pronunciata sul popolo lì radunato. Tra il preghiamo e le
parole del sacerdote, un attimo di silenzio dovrebbe consentire ad ognuno di
fare colletta, cioè di riassumere al Signore le proprie richieste e le proprie
implorazioni. Il contenuto di questa preghiera fatta dal sacerdote in genere è
molto breve, ma anche molto denso. A tale preghiera l’assemblea risponde con il
suo Amen : è il suo sì di approvazione a quanto il sacerdote ha chiesto al
Padre.
7. La liturgia della parola
La liturgia della parola non è né una introduzione alla celebrazione
dell’Eucaristia, né solo una lezione di catechesi, ma è un atto di culto verso
Dio che parla a noi attraverso la Sacra Scrittura proclamata. Essa è già un
nutrimento per la vita, due sono infatti le mense alle quali si accede per
ricevere il cibo della vita: la mensa della Parola e la mensa dell’Eucaristia.
Dunque il primo cibo è la Parola proclamata, il pane della Parola. Le due mense
sono entrambe necessarie. È un aspetto che va assolutamente rilevato e
recuperato. Non è infatti lecito pensare che la parte essenziale della messa sia
costituita dalla liturgia eucaristica, ciò portò un tempo a ritenere che il
precetto festivo fosse osservato anche solo grazie alla partecipazione a questa
seconda parte della messa, quasi che la liturgia della Parola fosse
semplicemente un fatto accessorio (da calice a calice…). Attraverso le scritture
Dio fa così conoscere il suo disegno di salvezza e la sua volontà, provoca alla
fede e all’obbedienza, spinge alla conversione, annuncia la speranza. Si sta
seduti perché questo consente un attento ascolto, ma i testi, a volte assai
difficili ad un loro primo ascolto, andrebbero letti e un po’ preparati prima
della celebrazione. Ad eccezione del tempo pasquale, normalmente la prima
lettura è tratta dall’Antico Testamento. La storia della salvezza, infatti, ha
in Cristo il suo compimento ma inizia già con Abramo, in una rivelazione
progressiva che giunge fino alla Pasqua di Gesù. Ciò è sottolineato anche dal
fatto che la prima lettura ha normalmente un legame con il vangelo. Il salmo è
la risposta corale a quanto della prima lettura è stato proclamato. La seconda
lettura è scelta del Nuovo Testamento, quasi a voler far parlare gli apostoli,
le colonne della Chiesa. Al termine delle due letture si risponde con la formula
tradizionale: “Rendiamo grazie a Dio”. Normalmente legge un laico che ha
l’incarico dal sacerdote, esiste però anche un ministero nella chiesa, quello
del lettore, in cui il vescovo istituisce una persona ritenuta idonea perché
legga la parola di Dio nell’assemblea e ne spieghi il significato nella
catechesi. Il canto dell’alleluia, con il suo versetto, introduce poi alla
lettura del vangelo, è una breve acclamazione che vuole festeggiare Cristo
mentre il libro del vangelo viene posto solennemente sull’ambone , dove viene
incensato come il segno visibile della presenza invisibile di Cristo. L’ascolto
in piedi della lettura indica un atteggiamento di vigilanza e di più profonda
attenzione, ma esso richiama anche l’essere in piedi di Cristo risorto, i tre
segni di croce significano la volontà di far proprio un ascolto con la mente ed
il cuore, per poi, con la parola, portare agli altri quanto abbiamo ascoltato.
8. L’omelia, il credo, la preghiera dei fedeli
La Parola di Dio ha bisogno di essere attualizzata, è stata pronunciata molti
secoli fa non perché restasse un ricordo storico, ma perché fosse una parola
creativa ed efficace per tutto il tempo della chiesa. Affinché ciò fosse
possibile, da sempre la lettura della Sacra Scrittura è stata seguita da una
predicazione, una omelia, che significa conversazione, per quanto, in realtà,
essa venga pronunciata dal solo sacerdote, il ministro della parola, che con
autorità e competenza spiega la parola di Dio. La recita del credo diventa poi
l’espressione della adesione di fede di tutta l’assemblea alla parola di Dio
proclamata, e soprattutto alla parola di Gesù letta nel vangelo. Si tratta di
una parola di assenso che si allarga fino a comprendere tutti i contenuti
centrali della fede cristiana. Un tempo a questo punto i catecumeni, coloro i
quali si stavano preparando a ricevere il battesimo e penitenti, che avevano
chiesto il perdono e la riconciliazione con la chiesa, che non potevano
assistere al seguito della messa, dovevano uscire dalla chiesa. Dopo la loro
uscita si faceva la preghiera dei fedeli, una preghiera prima di tutto
universale perché fatta da tutta l’assemblea per il bene di tutti. In essa si
manifesta l’invocazione fiduciosa dei credenti: ascoltaci o Signore! Si prega
prima di tutto per le grandi necessità della Chiesa, poi per i bisogni
spirituali e temporali di tutti gli uomini, per le grandi cause dell’umanità,
per coloro che si trovano in situazioni di sofferenza o di prova, per la
comunità locale. Si esprime così un tratto assolutamente fondamentale della
celebrazione eucaristica, il fatto cioè che essa, in qualsiasi luogo venga
celebrata è sempre un atto di tutta la chiesa e tiene presente, perciò, le
necessità e i bisogni del mondo intero. Così, purificata dall’atto penitenziale,
illuminata e nutrita dalla parola di Dio, rinnovata nella sua fede, l’assemblea
è disposta a celebrare la seconda parte della messa e dunque a prendere parte
alla Cena del Signore alla quale è invitata.
9. La presentazione dei doni
Nella liturgia della parola il posto centrale era occupato dall’ambone, da cui
Dio parlava al suo popolo nella liturgia eucaristica il posto centrale e tenuto
dall'altare. All'altare vengono portati doni, cioè il pane e il vino: è il
momento della presentazione dei doni, un tempo detto anche offertorio.
Anticamente venivano portati all'altare anche altri doni frutto della carità che
dovevano servire per il sostentamento dei poveri e del clero: era il segno di
una attiva partecipazione e della consapevolezza che la Messa deve poi farsi
vita, dunque carità. Il pane e il vino presentati all'altare sono il frutto del
lavoro dell'uomo. La benedizione di Dio, che viene invocata, farà sì che essi
diventino di li a poco corpo e sangue di Cristo. In tal modo vi è l'offerta
anche del lavoro dell'uomo, del nostro lavoro. Così la messa assume questa
caratteristica, quella cioè di significare la nostra offerta la quale assume
tutto il suo senso in quanto unita all'offerta di Gesù che muore per noi. Pane e
vino sono, naturalmente, gli elementi usati da Gesù nell’ultima cena, gli
elementi biblicamente comuni di ogni convito, gli elementi essenziali per il
nutrimento. Il sacerdote versa un po' di acqua nel calice del vino per indicare
le due nature, quello umana e quella divina, presenti in Cristo. Poi si lava le
mani quale gesto di purificazione. Segue una preghiera sulle offerte.
10. La preghiera eucaristica centro e cuore della messa
Siamo ora al momento centrale, tutto l'assemblea è invitata ad innalzare il
cuore, cioè ad assumere l'atteggiamento spirituale corretto per ciò che si sta
per celebrare. Il dialogo tra il celebrante e l'assemblea, con cui inizia la
preghiera eucaristica vera e propria, detta anche canone indica, ancora una
volta, come la celebrazione sia comunitaria, tutti i presenti sono concordi in
ciò che sta accadendo (è cosa buona e giusta) e partecipano attivamente, alla
preghiera del sacerdote, essa, infatti, è pronunciata al plurale: noi ti
rendiamo grazie sempre e in ogni luogo etc. Il prefazio, cioè la preghiera che
così il sacerdote pronuncia fino al Santo è come l'avvio della preghiera
eucaristica, che avrà al suo cuore le parole con le quali il sacerdote ripete le
frasi di Gesù dell'ultima cena. Il prefazio è già una preghiera di
ringraziamento per la creazione per ciò che il Padre ha operato in Cristo per la
nostra salvezza per quanto sta per accadere. A questa preghiera tutta
l'assemblea, terrestre e celeste , si unisce con il canto di lode del Santo. Il
Padre è Santo, colui che viene nel nome del Signore, cioè Gesù, è benedetto .
Qui si lodano insieme il Padre e il Figlio, questo Figlio è lo stesso che, nella
liturgia, tra poco si offrirà in sacrificio. In ogni caso il Santo esprime ciò
che l'uomo deve fare quando si trova dinanzi a Dio: dichiararlo Santo. È da
rilevare l’unione che con questo inno si delinea tra la liturgia terrestre e
quella celeste: è tutta la chiesa che loda il suo Signore, il Signore
dell’universo! Segue l'invocazione dello Spirito Santo perché trasformi il pane
e il vino nel corpo e sangue di Gesù. È una invocazione, in greco epiclesi, che
l’assemblea rivolge al Padre. Tutto ciò avviene, naturalmente, quando il
sacerdote a nome di Cristo pronuncia le parole sul pane sul vino, ma in tale
azione è misteriosamente e realmente protagonista anche lo Spirito Santo. Ciò
del resto avviene in ogni sacramento. Dopo Pentecoste, infatti, tutta l'attività
della Chiesa è sotto l'azione dello Spirito Santo.
11. Il racconto dell’istituzione e conclusione orante
A questo punto il sacerdote, in obbedienza al comando di Gesù: “Fate questo in
memoria di me”, ripete i gesti e le parole del Signore sul pane e sul vino e in
tal modo attualizza e rende presente il sacrificio di Gesù compiuto una volta
per tutte sulla croce e, al tempo stesso, la sua resurrezione gloriosa. Non si
tratta di ripetere o rinnovare ma di rendere attuale l'unico sacrificio che
viene continuamente ripresentato in forma sacramentale, cioè sotto i segni del
pane e del vino, corpo donato e sangue versato. Ma il “fate questo” non si
riferisce solo al gesto cultuale, bensì anche all’esempio di donazione di
Cristo: la chiesa nel tempo deve anch’essa offrirsi in sacrificio per tutta
l’umanità. Quindi il sacerdote eleva l'ostia e poi il calice per l'adorazione
dei fedeli. È un gesto sconosciuto all'antichità cristiana, ma che a partire
dall'undicesimo secolo divenne popolarissimo da quando cioè, con la rarefazione
della comunione, la consacrazione divenne il punto culminante della messa e si
sente il bisogno di onorare in maniera particolare la presenza reale del Signore
nell'ostia e del vino consacrato. L'elevazione soddisfaceva questo bisogno, un
bisogno di comunione, al punto che la gente si avvicinava per cercare di vedere
meglio la particola, chiedeva al sacerdote di tenerla alzata il più lungo
possibile, etc. Le parole conclusive del sacerdote ci ricordano che si tratta
del mistero della fede cioè che noi vediamo Cristo presente nell'Eucaristia pur
sempre sotto la specie del pane del vino che, ai nostri occhi umani, restano
naturalmente tali. Il termine mistero, però significa soprattutto disegno, piano
di salvezza (dal greco mysterion Ef 1, 9-10) che in quel momento si attua
realmente per noi. L'assemblea risponde in forma comunitaria dicendo la propria
adesione e promettendo il proprio impegno di proclamare con le parole e con la
vita quanto accaduto, fino alla fine dei tempi (sempre più vicini dopo ogni
Eucaristia). A questo punto avviene una seconda invocazione dello Spirito Santo
al quale si chiede che, dopo aver santificato il doni del pane del vino affinché
diventino il corpo e il sangue di Gesù, santifichi ora tutti i fedeli che si
nutrono dell'Eucaristia affinché diventino chiesa, cioè l'unico corpo di Cristo.
Così si esprime nella liturgia una convinzione da sempre presente, e cioè il
fatto che l'Eucaristia fa la chiesa, la realizza, la rende possibile. Tale unità
avviene con il papa, il vescovo, i presbiteri, i fedeli tutti. Seguono le
intercessione, si ricordano Maria, gli apostoli, i martiri e i santi. Si prega
per la chiesa e per i suoi pastori, per i vivi e per i defunti nel segno di una
comunione in Cristo che è orizzontale e verticale, comprende il cielo e la
terra. Le parole finali: per Cristo con Cristo in Cristo, sono la lode
trinitaria che conclude la preghiera. Tutta l'assemblea si unisce con il suo
amen finale, l’amen più importante di tutta la celebrazione.
12. La comunione
Poiché siamo tutti invitati alla Cena del Signore, ad essa si deve prendere
parte fino in fondo ricevendo la comunione, il pane che nutre per la vita
eterna. Tutta l'assemblea si prepara a questo momento con i riti di comunione
che iniziano con la recita del Padre nostro in cui una seconda volta chiediamo
il perdono del Signore e a lui chiediamo il dono del pane quotidiano. È la
preghiera comunitaria dei discepoli di Gesù rivolta al Padre-Abbà. In quanto
figli ci possiamo così rivolgere al Padre, senza con ciò volerne diminuire la
grandezza (“osiamo dire”). Dio è Padre di tutti, ma solo i battezzati si possono
rivolgere a lui con queste parole. “Tuo è il regno tuo è la potenza e la gloria
nei secoli” è una acclamazione presente già nella Didachè, cioè in un testo del
primo secolo, ed esprime la convinzione forte di tutti i presenti. Il segno
della pace dice quanto l'assemblea sta celebrando una comunione resa ora
possibile fino in fondo. Siamo in pace con tutti, siamo riconciliati come
fratelli, possiamo ricevere il corpo di Gesù. “La pace sia con voi” è il saluto
iniziale del vescovo, si trova all’inizio del Gloria ed è presente nel saluto
finale: “Andate in pace”. Qui la pace è quella che il Signore ci dona: “Vi
lascio la pace, vi do la mia pace” , è il dono del Signore risorto, lo shalom.
La pace ricevuta in dono deve poi essere donata ai fratelli, per questo il
sacerdote invita allo scambio di pace che viene dato al vicino, ma, attraverso
di esso, al mondo intero. Segue l'agnello di Dio mentre il sacerdote spezza il
pane ormai corpo di Gesù, di quel Gesù risorto che toglie i peccati del mondo.
L’immagine dell’agnello sacrificale è comune nell’Antico Testamento , qui il
riferimento è ad Isaia che scrisse del servo che come un agnello si lascia
condurre al macello (Is 53, 7). Per l’Apocalisse questo agnello immolato vive
ora nella potenza e nella gloria (Ap 5, 9; 19, 7-8; 21, 9). Riconoscere Gesù
Cristo quale agnello di Dio in questo momento significa proclamare la fede in
lui come liberatore del peccato. Ecco perché sono davvero beati quelli che
partecipano alla mensa del Signore. Quel corpo di Cristo spezzato è il corpo
glorioso del Signore, non il corpo terreno, esso si trova in una condizione per
noi ancora misteriosa oltre lo spazio e il tempo, e proprio per questo può
entrare in comunione con noi facendosi nutrimento. Quando ci nutriamo di
qualcosa, infatti, diventiamo un tutt'uno con essa. Ricevere la comunione è
allora la forma più alta possibile della nostra comunione con il Signore
risorto. Tutto avviene ancora nel segno sacramentale, in attesa che ciò si
realizzi in pienezza nel Regno di Dio, quando la comunione sarà totale. Perciò
in quel momento, ma anche in tutta la celebrazione, il credente vive, a modo
suo, un “pezzetto” di vita eterna, un “pezzetto” di Paradiso. La mano sinistra è
un trono per la mano destra che riceve la particola (San Cirillo di
Gerusalemme). La comunione si riceve andando in processione davanti al
sacerdote, è un andare insieme come famiglia, la comunione non è un atto
isolato, ma comunitario e festoso (si canta).
13. Riti conclusivi
Si sosta ora in preghiera silenziosa: è il momento dell'incontro personale del
cristiano con il Signore. La preghiera del sacerdote esprime poi, in
conclusione, la richiesta che il dono ricevuto produca i suoi frutti, in attesa
che tutto si realizzi alla fine dei tempi. La messa è, infatti, una
anticipazione di tutto ciò. La benedizione finale conclude la celebrazione con
il segno della croce, così come essa era iniziata. L'assemblea è sciolta con
l'invito ad andare in pace e a proseguire e a vivere nel mondo quanto in chiesa
è stato celebrato. La messa infatti continua nella vita, essa non è finita, è
finito il rito della Messa, inizia la Messa della vita.
LA SANTA MESSA – IN SINTESI
1. Il nome
Messa, cena del Signore, frazione del pane, Eucaristia. Il nome più comune:
messa, da ite missa est.
Le due parti della messa: liturgia della Parola e liturgia eucaristica.
2. I protagonisti
Protagonista è la chiesa, capo (Gesù) e corpo (gli uomini) insieme, cioè, nella
concreta assemblea, il sacerdote e i fedeli. Problema della partecipazione del
popolo. Tutta l’assemblea partecipa attivamente con il sacerdote che la
presiede.
3. Il giorno e il luogo
La domenica, giorno della resurrezione e delle apparizioni di Gesù agli
apostoli. La comunità riunita in chiesa è anticipazione della gloria celeste del
cielo.
4. Celebrazione, sacramento, rito
La Santa Messa è una celebrazione, cioè una azione pubblica solenne. È una
liturgia in quanto esercitata dalla chiesa la quale, capo e corpo insieme, rende
a Dio il culto perfetto. È un rito in quanto fissato dalla consuetudine e
dall’autorità.
5. Il celebrante
Vero celebrante è Cristo reso presente nel tempo dal sacerdote che agisce in
persona Christi. Tale presenza ci richiama la verità degli avvenimenti
celebrati, non un semplice loro ricordo. Cristo si offre ancora realmente per
noi. Noi ripetiamo il sì della fede e ci impegniamo ad offrire noi stessi per
gli altri. La messa non è uno spettacolo, ma coinvolge vitalmente ogni presente
che deve sentirsi di essa protagonista.
6. Saluto del celebrante ed atto penitenziale
Bacio dell’altare, segno di croce, saluto, atto penitenziale. La chiesa domanda
perdono dei propri peccati. La gioia dell’inno del Gloria. Preghiera di colletta
che riassume le nostre richieste a Dio.
7. La liturgia della Parola
Dio parla a noi attraverso la Scrittura proclamata. È la mensa della Parola, cui
farà poi seguito la mensa dell’Eucaristia. Il cristiano ha bisogno di entrambe
le mense. Dio fa conoscere il suo disegno di salvezza per noi. Prima lettura,
salmo, seconda lettura, vangelo.
8. Omelia, credo, preghiera dei fedeli
Spiegazione e attualizzazione della Parola ascoltata. Professione di fede come
risposta. Preghiera universale dei fedeli. La Messa è sempre per tutta la
chiesa, per il mondo intero.
9. La presentazione dei doni
Dall’ambone all’altare. La presentazione dei doni e l’offerta del lavoro
dell’uomo. L’acqua unita al vino, segno dell’unione in Gesù della natura umana e
divina.
10. La preghiera eucaristica, centro e cuore della messa
Siamo al momento culminante: si devono innalzare i cuori! Il sacerdote prega a
nome di tutti, ma assieme a tutti, al plurale. Il prefazio è già preghiera di
ringraziamento per ciò che il Signore ha fatto dalla creazione in poi e tra
poco ancora farà. Tutta l’assemblea si unisce con il canto di lode del Santo.
La preghiera allo Spirito che segue prepara il grande evento.
11. Il racconto dell’istituzione e conclusione orante
La chiesa obbedisce ora al comandamento di Gesù: “Fate questo in memoria di me”:
si fa memoria dell’ultima cena, ma anche dell’offrirsi fino in fondo di Gesù.
L’elevazione dell’ostia consacrata. È il mistero della fede, soprattutto nel
senso di disegno di salvezza per noi che si realizza. Seconda invocazione allo
Spirito per la santificazione di tutta la chiesa. Unione e comunione nella
chiesa, qui tutti sono invocati. Si prega per i vivi e per i defunti, i vivi in
cielo. Il solenne amen comunitario finale.
12. La comunione
Padre nostro: si chiede il pane e il perdono dei peccati. “Tuo è il Regno”: è
una professione di fede ribadita. Il segno della pace è una constatazione, ma
anche un impegno a portare la pace di Cristo, lo shalom. “Agnello di Dio” dice
ancora la verità del dono di Gesù che toglie davvero i peccati del mondo, e
beato chi partecipa alla mensa del Signore. Fare la comunione con il corpo di
Cristo risorto: segno della nostra massima unione con lui.
13. Riti conclusivi
La preghiera silenziosa di ringraziamento. Preghiera conclusiva perché tutto si
realizzi alla fine dei tempi. Benedizione finale. Scioglimento dell’assemblea.
La messa è finita solo nel rito, essa continua nella vita.
LA MESSA - SEGNI E SIMBOLI
PRESENTAZIONE
Nella nostra vita per poter capire ed assimilare meglio le cose che facciamo ed in cui crediamo, utilizziamo un modo che risulta molto loquace, ci esprimiamo attraverso segni e simboli. Così celebrare la liturgia con segni sacri, fa parte di una esigenza dell’uomo che ha bisogno in questo caso di esternare con simboli evidenti ciò in cui crede. La centralità di tutta la simbologia liturgica trova forza nell’affermazione di S. Paolo nella lettera ai Colossesi: “ PER NOI UOMINI E PER LA NOSTRA SALVEZZA DISCESE DAL CIELO...SI E’ INCARNATO...SI E’ FATTO UOMO ... EGLI E’ L’IMMAGINE DEL DIO INVISIBILE...”, pertanto Cristo è il primo e più fondamentale di tutti i segni in quanto è il Segno reale, vivente e tangibile dell’Amore di Dio per noi. La S. messa si può considerare infatti un’autocelebrazione, in quanto Gesù stesso, nelle vesti del Sacerdote, è Altare, Sacerdote e Sacrificio. Come Cristo fatto uomo è segno vivo della presenza di Dio tra noi, così la Chiesa vuole essere segno vivo di questo Corpo incarnato, via di salvezza e popolo di Dio.
IMPORTANZA DEI SEGNI
Alla luce di quanto detto sopra i segni sono <<espressione>> per colui che li compie, in quanto manifestano apertamente la sua fede. Sono <<impressione >> per colui che li riceve in quanto lasciando che essi agiscano su di se, quindi imprimendosi, diventa egli stesso “segno vivente”. I fedeli debbono infatti partecipare consapevolmente, piacevolmente e attivamente alla celebrazione liturgica. Il ruolo di spettatore muto e passivo non corrisponde infatti alla natura della liturgia, la quale vuole essere offerta di se stessi a Dio che si offre a noi e risposta alla festa che Lui prepara ogni giorno soprattutto la Domenica in tutte le chiese.
LA GESTUALITA’ NELLA LITURGIA
I gesti e gli atteggiamenti del corpo, (lo stare in piedi, il sedersi, ecc..) sono gesti importanti e densi di significato e vanno fatti con cura e devozione, questi, devono essere eseguiti dall’assemblea in unità ed armonia, proprio come segno che tutto un popolo unito sta alla presenza ed all’ascolto di Dio per celebrare la morte, risurrezione e gloria di Gesù Verbo ed Eucarestia.
STARE IN PIEDI. PERCHE’
Nel Messale romano leggiamo:
“In tutte le Messe, salvo indicazioni contrarie, i fedeli stiano in piedi”. Lo stare in piedi fu da sempre e non solo con l’avvento del cristianesimo, la posizione naturale di chi prega. Lo stare in piedi indica inoltre che stà accadendo qualcosa di importante, significa attenzione. Nello stare in piedi infatti c’è qualcosa di desto. La richiesta dello stare in piedi è un invito a vegliare, a fungere da sentinella, la risposta dello stare in piedi significa inoltre che siamo pronti; chi sta in piedi infatti, può subito aprire la porta e uscire, può prontamente eseguire un incarico o iniziare un lavoro appena gli sia assegnato. Lo stare in piedi significa in modo più completo rispondere a Dio come i profeti e santi prima di noi dicendo: “eccomi Signore, sono qui per fare la tua volonta”. Stare in piedi dunque è un segno di attenzione particolare, è segno che si è pronti per qualsiasi incarico.
QUANDO
Il Messale romano recita: “in tutte le Messe, salvo indicazioni in contrario (problemi di salute o esigenze momentanee), i fedeli stiano in piedi dall’inizio del canto d’ingresso, mentre il sacerdote si reca all’altare, fino alla colletta compresa; al canto dell’Alleluia prima del Vangelo; durante la proclamazione del Vangelo; durante la professione di fede e la preghiera universale, durante il “Santo”, dall’elevazione del Corpo e Sangue di Gesù fino alla comunione ed infine per il congedo finale.
STARE SEDUTI. PERCHE’
Questa posizione indica riposo e tranquillità e la Chiesa invita a stare in questa posizione perché essa facilità l’ascolto e la ricezione, aiuta a prestare meglio attenzione alla Parola, al canto e alla musica, favorendo la meditazione e la contemplazione.
QUANDO
In tutte le Messe, (salvo, come già detto, indicazioni in contrario), i fedeli stanno in piedi, e possono sedersi: durante la proclamazione delle letture prima del Vangelo e durante il salmo responsoriale, all’omelia e durante la preparazione dei doni all’offertorio; se lo si ritiene opportuno durante il sacro silenzio dopo la comunione.
STARE IN GINOCCHIO. PERCHE’
L’atto dell’inginocchiarsi, rivela diversi significati; infatti ci s’inginocchia per esprimere un atteggiamento di sottomissione, di adorazione, di penitenza o di preghiera profonda e riverente. Inginocchiandosi gli oranti credenti testimoniano la loro sottomissione a Dio, e se questo nasce da una profonda presa di coscienza, diventa il più grande gesto di umiltà in quanto da il senso di riconoscere la propria piccolezza davanti a Lui e agli uomini. Lo stare in ginocchio affonda le sue radici nella preghiera privata ed è da questa che la liturgia ne ha assunto la cittadinanza. Il Messale Romano consiglia di stare in ginocchio soprattutto durante la consacrazione “dal gesto dell’imposizione delle mani, all’elevazione del Calice, inclusa”. I fedeli usano fare la genuflessione in segno di saluto riverente, anche quando entrano ed escono dalla Chiesa. La sacra scrittura ci riferisce che spesso perfino Gesù, umiliatosi e fatto uomo, si prostrava a terra per pregare il padre, e se lo ha fatto Lui che è il Maestro, ancor piu’ noi, suoi discepoli vogliamo imitarne la vita e così prenderne esempio. La Chiesa riflettendo su questo gesto da questa indicazione: quando pieghi il ginocchio, non farlo nè frettolosamente, nè sbadatamente. Da all’atto tuo un’anima! Il tuo inginocchiarti col corpo, sia segno del tuo piegarti interiormente dinanzi a Dio per ringraziarlo del Suo immenso amore.
QUANDO
Il popolo sta in inginocchio sempre: al momento della consacrazione o per l’adorazione al Santissimo, sempre che non lo impediscano motivi plausibili.
STARE IN SILENZIO. PERCHE’
Il silenzio indica un atteggiamento di attenzione e meditazione. Col silenzio l’anima crea intorno a se pace e distacco dai pensieri per essere più attenta a ciò che sta vivendo e per entrare meglio alla presenza del Signore.
QUANDO
Si osserva il sacro silenzio: durante l’atto penitenziale, dopo la lettura o l’omelia, questo è un richiamo a meditare brevemente ciò che si è ascoltato; dopo la comunione, esso favorisce la preghiera interiore di lode e ringraziamento.
PARTI DELLA S. MESSA
La S. Messa è composta essenzialmente da quattro parti: A) L’INTROITO, che comprende: l’ingresso del sacerdote e i ministri, il saluto all’altare con il bacio, il segno della croce, il saluto all’assemblea, l’atto penitenziale, il “Signore pietà”, il Gloria e l’orazione finale o colletta. B) LA LITURGIA DELLA PAROLA, che comprende: NEI GIORNI FERIALI: 1° lettura, salmo, alleluia e Vangelo. NEI GIORNI FESTIVI: 1° lettura, salmo, 2° lettura, alleluia, Vangelo e omelia;
Nel giorno festivo, dopo l’omelia, seguirà sempre il credo la preghiera dei fedeli. C) LA LITURGIA EUCARISTICA, che comprende: l’Offertorio, il Santo, la preghiera eucaristica, la preghiera della chiesa, elevazione, il Padre nostro, la preghiera della pace, l’Agnello di Dio, la Comunione. D) RITI DI CONCLUSIONE, che comprende: il saluto, la benedizione finale, il canto ed il congedo.
LA S. MESSA
Il Padre tutti i giorni attraverso la S. Messa, ci invita nella sua casa perché desidera stare con noi per condividere gioie e fatiche. Ci prepara ogni giorno la cena che da la vita eterna e la pace del cuore, quella pace che ognuno di noi insegue spesso per strade sbagliate, e desidera attraverso questo momento comunicarci con quale amore è stato capace di amarci, offrendosi nel figlio, il suo unico Figlio Gesù in riscatto della nostra vita. S. Pietro scrive: “Se pregando chiamate Padre Colui che senza riguardi giudica ciascuno secondo le sue opere, comportatevi con timore nel tempo del vostro pellegrinaggio. Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili come l’argento e l’oro. Foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia. (I° Pt 1, 17 – 19). Il senso comune del mangiare insieme, è comunicare di se stessi qualcosa di molto intimo, è il modo più semplice e sincero di esprimere la gioia ed il piacere di stare insieme. Attraverso di esso si cresce nella confidenza, fiducia e affetto. La S. Messa, soprattutto quella della domenica e dei giorni festivi dell’anno, è il luogo ed il modo con cui Dio, attraverso il celebrante, ci manifesta la sua presenza ed invitandoci alla Sua Mensa ci invita alla confidenza ed alla comunione con Lui. La S. Messa, festiva in modo particolare, è quella che ci viene raccomandata anche dal 3° comandamento: “RICORDA DI SANTIFICARE LE FESTE”.
A) INTROITO
L’INVITO ALLA S. MESSA
Quando siamo invitati a casa dei nostri amici o genitori, non è bello arrivare mentre il pranzo o la cena è iniziata, per questo il popolo arriva sempre un po’ prima dell’inizio della S. Messa, come segno di gradita risposta all’invito di Dio al banchetto eucaristico. Questa attesa deve essere decorosa ed ordinata, come di chi attende l’ingresso del Re della Vita.
CANTO D’INIZIO
I fedeli che si radunano nell’attesa della venuta del loro Signore, seguono l’esortazione dell’Apostolo Paolo che dice: “intrattenetevi con salmi, inni e cantici spirituali” (Col 3,16). Nell’attesa e durante l’ingresso del sacerdote, quale segno della presenza di Cristo Signore, si può fare un canto adatto al momento, che può essere di gioia, di acclamazione e di esultanza. Il canto è segno della gioia del cuore, infatti dice molto bene S. Agostino: “chi canta bene, prega due volte”. La funzione propria di questo canto è quella di dare inizio alla celebrazione, favorire l’apertura del cuore e l’unione dei fedeli riuniti, introdurre il loro spirito nel mistero del tempo liturgico e della festività e accompagnare la processione del sacerdote e dei ministri. I canti vanno eseguiti da tutto il popolo o alternativamente dal cantore e dal popolo.
SALUTO ALL’ALTARE
Giunti in presbiterio, il sacerdote e i ministri salutano l’altare poi l’assemblea. E’ da notare come questa sequenza debba far riflettere sull’ordine d’importanza del saluto, in quanto solitamente quando si va ad una riunione, non si salutano prima i mobili e poi le persone, ma è naturale che sia il contrario. In questo caso la logica è sconvolgente, perché con quel primo saluto, il sacerdote si fa portavoce del saluto del popolo ed invita lo stesso a riconoscere che Dio deve sempre venire prima di tutto. Cristo stesso è Altare, Sacerdote e Agnello che si offre al sacrificio. In segno di venerazione lo baciano, in quanto rappresenta il luogo dal quale ne è scaturita la nostra salvezza, il sacerdote lo può incensare secondo la solennità del momento.
IL SEGNO DELLA CROCE
Terminato il canto d’ingresso, il sacerdote e tutta l’assemblea si segnano col segno della croce. Il teologo Romano Guardini si raccomanda: “Quando fai il segno della croce fallo bene. Non così affrettato, rattrappito, tale che nessuno capisce che cosa debba significare. No, un vero segno della croce giusto, cioè lento, ampio, dalla fronte al petto, da una spalla all’altra. Senti come esso ti abbraccia tutto?… Raccogli in questo segno tutti i pensieri e tutto l’animo tuo….
Allora lo senti, ti avvolge tutto, corpo e anima, ti raccoglie, ti consacra, ti santifica. Perché? Perché è il segno vero che tu ami la croce che ti ha redento, ed è il segno della tua vera appartenenza a Cristo Gesù Signore della vita.
SALUTO ALL’ASSEMBLEA
Il sacerdote, poi saluta l’assemblea nel nome di Cristo e con questo annunzia, alla comunità riunita, la presenza del Signore. Con il saluto verbale, il sacerdote fa anche il gesto di allargare le braccia. Questo gesto fa pensare ad un abbraccio nel quale vorrebbe contenere tutti i fedeli, ma più ancora è un segno del fatto che il Signore viene loro consegnato. In questo gesto infatti, misteriosamente il sacerdote perde l’identità umana per lasciare che sia Cristo stesso a compiere il saluto e l’abbraccio della comunità. Il saluto sacerdotale e la risposta del popolo, manifestano il mistero della chiesa universale radunata nel nome del Signore.
ATTO PENITENZIALE
IL KYRIE
Salutato il popolo, il sacerdote può fare una piccola introduzione alla Messa del giorno, invita quindi all’atto penitenziale che viene compiuto da tutta la comunità mediante la confessione generale e si conclude con l’assoluzione da parte del sacerdote. Questo momento è necessario, perchè l’anima riconosca la sua natura di creatura bisognosa dell’amore di Dio suo Creatore e attraverso la riconciliazione ed il perdono, si disponga con docilità a lasciarsi guarire dal male che il peccato produce. Dopo l’atto penitenziale, secondo la solennità della celebrazione, viene recitato o cantato il Kyrie eleison, ed attraverso questo canto penitenziale, i fedeli acclamano il Signore implorando, nella piena fiducia, la sua misericordia.
IL GLORIA
Il Gloria è un inno antichissimo e venerabile, con il quale la chiesa, radunata nello Spirito Santo, glorifica Dio Padre e l’Agnello, e dicendo: “perché tu solo il Santo, tu solo il Signore, tu solo l’Altissimo Gesù Cristo”, eleva all’Agnello la sua supplica e riconoscenza. Viene cantato da tutta l’assemblea, se non si canta può essere recitato tutti insieme o a cori alternati. Non si canta o si recita nei tempi forti come l’Avvento e la Quaresima.
LA COLLETTA
Alla fine del Gloria, il sacerdote invita il popolo a pregare e tutti insieme, stanno per qualche momento in silenzio, per prendere coscienza di essere alla presenza di Dio e per formulare nel proprio cuore la preghiera personale. Questa preghiera del sacerdote, è accompagnata ancora una volta dal gesto di allargare le braccia e questa volta non in senso di saluto, ma di preghiera.
SIGNIFICATO DI QUESTO ATTEGGIAMENTO
Chi prega, mostra davanti a Dio di rinunciare a ogni autoritarismo, alla fierezza per le proprie opere, alla superbia di essere capace di fare da solo. Dischiude il pugno e tende le mani vuote a Dio, come dire: “non ho nulla che non abbia ricevuto da te e che tu non abbia posto nelle mie mani vuote. Perciò non mi attacco a nulla di quanto mi hai dato”. A proposito del Sacerdote che durante la Liturgia prega con le braccia aperte, Tertulliano, teologo del secolo III, afferma: “Quanto Cristo compì con le braccia allargate e le mani inchiodate in croce per tutti gli uomini è reso presente nella Santa Eucarestia dal Sacerdote operante nella persona di Cristo. A somiglianza del suo Signore, unico sommo sacerdote del popolo della nuova alleanza, egli allarga le mani mentre prega e rinnova l’offerta del sacrificio al Padre. Quindi il sacerdote conclude con la preghiera della “colletta” che ha il compito di raccogliere tutti i riti d’introduzione e preparare le anime all’ascolto della Parola.
B) LITURGIA DELLA PAROLA
Con le letture si offre ai fedeli la mensa della Parola di Dio e si aprono a loro i tesori della Bibbia. Insieme alla mensa Eucaristica, è il centro e fulcro di tutta la Messa in quanto Gesù stesso, il Verbo di Dio fatto carne, viene a svelarci il mistero racchiuso in esse. Esse vengono scelte in modo da essere in correlazione tra loro evidenziando il collegamento e la continuità del progetto di Dio sull’uomo, dove l’Antica Alleanza fatta con Mosè ed i profetti dell’Antico Testamento trova il compimento nella nuova Alleanza del nuovo Testamento in cui Gesù è il fine di tutto.
1° LETTURA
La prima lettura, quasi sempre tratta dall’Antico Testamento, è presa dal Lezionario in base all’ordine dell’anno liturgico in corso.
SALMO RESPONSORIALE
Alla prima lettura segue il salmo responsoriale che a sua volta è preso dal Lezionario perché ogni testo salmodico è direttamente connesso con la relativa lettura: pertanto la scelta del salmo dipende dalle letture. Il salmista o cantore del salmo canta o recita i versetti dall’ambone o in altro luogo adatto; l’assemblea sta seduta e ascolta partecipando di solito con il ritornello.
2° LETTURA
ALLELUIA
Alla seconda lettura, segue l’Alleluia o un altro canto a seconda del tempo liturgico. L’Alleluia si canta in qualsiasi tempo, tranne che in Quaresima. I versetti tra i due canti dell’Alleluia vengono scelti dal Lezionario. La solennità della Pasqua e di Pentecoste prevede anche la sequenza.
LETTURA DEL VANGELO
Alla lettura del Vangelo si deve il massimo rispetto poiché essa riveste un’importanza particolare. E’ distinta dalle altre letture con speciali segni ed onori sia da parte del ministro incaricato di proclamarlo che si prepara con la benedizione o con la preghiera, sia da parte dei fedeli che oltre ad ascoltarlo in piedi, fanno un segno di croce col pollice, insieme al Sacerdote , per tre volte: - SULLA FRONTE, come dire la tua Parola Signore sia sempre impressa nella mia mente, ricordandola meditandola e vivendola in ogni cosa che faccio. - SULLE LABBRA, come dire, la tua Parola Signore sia sempre sulla mia bocca perché io possa sempre benedire, annunziarla, proclamarla e portarla ai fratelli che hanno bisogno di consolazione. - SUL PETTO, come dire possa la tua Parola dimorare sempre nel mio cuore, e come una inespugnabile cassaforte custodirla come la cosa più preziosa ed essenziale per la mia vita. Nel Vangelo non udiamo parlare di lui e su di lui, ma ascoltiamo Lui stesso parlare. I Vangeli trasmettono la testimonianza principale della sua vita, vissuta in totale fiducia e abbandono al Padre. Gesù attraverso il Vangelo ci invita ed incoraggia ad imitarlo, Lui ci ha dato l’esempio dimostrandoci che di Dio ci si può e ci si deve fidare, ci ha dato la prova estrema che soprattutto durante la sofferenza e davanti alla morte Egli non ci abbandonerà mai. Perciò la Chiesa ha disteso attorno alla proclamazione del Vangelo, una corona di riti e segni. Già all’inizio della celebrazione dell’eucarestia, l’evangelario, (libro accuratamente rilegato contenente i sacri Vangeli), è fatto oggetto di straordinaria attenzione; un diacono lo porta in processione col sacerdote che fa il suo ingresso e lo depone con cura sull’altare. Altare e Libro, la mensa del Pane e della Parola sono strettamente uniti; ambedue condividono la medesima dignità e ambedue meritano la stessa venerazione. Nelle solennità la processione dall’Altare al luogo della proclamazione evidenzia un segno che intende dire: attenti, il Signore viene a noi. Se in quella occasione usa l’incenso, incensa il libro come dire, ecco il massimo sacrificio gradito a Dio ed in esso si esprime la venerazione e l’adorazione del Figlio di Dio. Alla fine della proclamazione, a conferma di quanto è stato detto, il sacerdote bacia il Vangelo.
L’ OMELIA
L’omelia fa parte della liturgia ed è necessaria a far crescere la vita cristiana, infatti il sacerdote, con l’autorità che gli viene dal suo ministero utilizza questo momento per spiegare la Scrittura e catechizzare il popolo in atteggiamento pastorale e fraterno. L’omelia è obbligatoria la domenica e nelle varie festività non la si può omettere se non per causae gravi. Di norma l’omelia deve essere tenuta personalmente dal sacerdote celebrante.
LA PROFESSIONE DI FEDE
La professione di fede nella celebrazione della Messa ha lo scopo di suscitare nell’assemblea, dopo l’ascolto della Parola di Dio nelle letture e nell’omelia, una risposta di assenso, e di richiamare alla mente la regola della fede, prima di dare inizio alla celebrazione dell’Eucarestia.
LA PREGHIERA UNIVERSALE
Nella preghiera universale o preghiera dei fedeli, il popolo, esercitando la sua funzione sacerdotale, prega per tutti gli uomini. E’ conveniente che nelle Messe con partecipazione di popolo vi sia normalmente questa preghiera, nella quale si elevino suppliche per la santa Chiesa, per i governanti, per coloro che si trovano nella necessità, per tutti gli uomini e per la salvezza di tutto il mondo. Il sacerdote celebrante conclude questa preghiera con una breve orazione.
C) LITURGIA EUCARISTICA
L’OFFERTORIO
I cristiani non possono e non devono assistere alla celebrazione della S. Messa come fossero estranei o spettatori muti, ma ognuno ha il diritto ed il compito di parteciparvi attivamente. Egli si offre come vittima immolata attraverso le mani del sacerdote, ma l’offerta non è solo per lui, ma soprattutto per il suo popolo. La presentazione quindi dei doni all’Altare è il segno evidente della donazione totale di se stessi. L’offertorio fatto con l’acqua e col vino, come dice la parola stessa, è l’offerta o meglio la restituzione a Dio di una parte dei doni che ci ha dato, ed essi vogliono esprimere riconoscenza e ringraziamento. Così pure l’offerta del denaro non è altro che la partecipazione attiva alle necessità dei poveri e della chiesa tutta, certi che tale generosità è ricambiata da Dio, secondo la Sua Parola, il 100%. Nelle solennità l’offertorio si dovrebbe fare sempre con un atto processionale, come ad indicare che quei doni nascono si dalla fatica del lavoro, ma vengono portati con la gioia della festa a Dio. In queste occasioni i doni e l’altare stesso si possono incensare, per significare che l’offerta della chiesa e la sua preghiera s’innalzano come incenso a Dio. Dopo i doni, il sacerdote o il diacono, incensano il popolo come segno di offerta di se stessi a Dio.
IL SANTO
Tutta l’assemblea unendosi ad una sola voce alle creature celesti, canta o recita il “santus” questa acclamazione che fa parte della preghiera eucaristica, viene pronunziata da tutto il popolo col sacerdote.
LA CONSACRAZIONE
Celebrando questo momento, il sacerdote attraverso le parole e i gesti di Cristo, perpetua il sacrificio che Cristo stesso istituì nell’ultima Cena quando offrì il suo Corpo e il suo Sangue sotto le specie del pane e del vino, lasciando agli apostoli il mandato di continuare ad offrire questo sacrificio “in memoria di lui”. Quando il sacerdote consacra il pane e il vino chiedendo allo Spirito Santo di trasformarli in Corpo e Sangue di Gesù, non fa solo un gesto che ricorda il sacrificio di Cristo per la salvezza di tutti gli uomini, ma in quello stesso istante è Cristo stesso, che nelle vesti del sacerdote, rinnova fedelmente il suo sacrificio.
PREGIERA DELLA CHIESA
ELEVAZIONE
“Per Cristo, con Cristo e in Cristo a te Dio Padre onnipotente nell’unità dello Spirito Santo ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli amen”. Con questa preghiera il sacerdote e la Chiesa tutta innalza il Pane e il Vino alla presenza di Dio Padre ed in esso racchiude il mondo intero uno per uno, come voler dire: per Cristo… per il valore del suo sacrificio; con Cristo… insieme a Lui, uniti dalla stessa sua intenzione di obbedirti Padre; in Cristo… innestati e ben radicati in Lui, per diventare davanti a Te una cosa sola con Lui; …ci offriamo a Te Padre per servirti come Egli stesso ha fatto ed essere obbedienti fino alla morte se necessario.
IL PADRE NOSTRO
O preghiera di Gesù è la preghiera per eccellenza proprio perché ce l’ha consegnata Dio in persona. In essa si chiede il pane quotidiano, nel quale i cristiani scorgono anche un riferimento al pane eucaristico e si implora la purificazione dei peccati, così che realmente “i santi doni vengano dati ai santi”.
PREGHIERA DELLA PACE
Simbolo intramontabile e solare dei fedeli uniti nell’amore è il bacio o segno di pace. Naturalmente la sua forma e il suo collocamento variano nel corso della storia, a seconda dell’indole di ogni popolo. Vi furono periodi in cui i fedeli se lo scambiavano già a conclusione della preghiera dei fedeli (come si usa tuttora nel rito ambrosiano) o della preghiera eucaristica. L’intercessione per tutti gli uomini e l’unione con Cristo e col suo corpo culminavano nell’abbraccio fraterno; il segno della pace sigillava l’unità dei fedeli. Il collocamento attuale del segno della pace, (prima della frazione del pane), risale all’incirca dall’epoca di Gregorio Magno (VI secolo). Con il segno della pace, che i fedeli si scambiano, vogliono implorare pace per la Chiesa di tutto il mondo, ed esprimere vicendevolmente l’intenzione di amore e perdono necessari prima di partecipare all’Unico pane. Il sacerdote sottolinea il desiderio di pace allargando le braccia dicendo “scambiatevi un segno di pace”. È questo gesto che indica Cristo come punto di partenza ed obbiettivo della vera pace.
AGNELLO DI DIO
Mentre si compie la frazione del Pane, il popolo recita “l’Agnus Dei”. Il popolo invoca da Dio la pietà riconoscendo la propria indegnità alla partecipazione al Banchetto Eucaristico ed invoca la pace del affinchè questa partecipazione non sia condizionata dai sensi di colpa. Quindi il celebrante mostra ai fedeli il Pane Eucaristico che essi riceveranno nella Comunione e li invita alla cena del Signore, insieme con essi esprime sentimenti di umiltà riponendo totale fiducia in Cristo dicendo: “ o Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di soltanto una parola ed io sarò salvato”. Vale a dire: Signore io so di non essere degno di accostarmi a te, ma tu in questo momento puoi farmi diventare, confido in te.
COMUNIONE
La comunione si può fare ricevendo solo il Corpo di Cristo o ambedue Corpo e Sangue, secondo la celebrazione e la disponibilità del sacerdote. Fare la comunione ha il significato, come dice la parola stessa comunione, di condividere in tutto la vita di Cristo. I cristiani ricevono la comunione nell’intento di assumere in se stessi la persona e le opere di Cristo Gesù attraverso lo Spirito Santo, di condividerne la gloria e soprattutto di amare e non rinnegare la prova e la croce nella totale fiducia in Dio Padre, proprio come Gesù.
ADORAZIONE
D) RITI DI CONCLUSIONE
SALUTO E BENEDIZIONE FINALE
Con il saluto e la benedizione finale, il sacerdote invoca la presenza di Dio su ognuno e l’ abbondanza della sua provvidenza e bontà infinita.
CONGEDO
Con questo gesto finale, detto propriamente congedo, il sacerdote scioglie l’assemblea perché ognuno ritorni alle sue opere buone lodando e benedicendo Dio per tutte le cose.