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Portale locale di servizi Siciliani
    Il caffè

racconto di Totò Castelli

 

Dalla parte alta del paese, dove abitava, era sceso nella piazza principale, sempre più spopolata. Pochissime erano, infatti, le persone in giro. Sembrava fosse stato dichiarato il coprifuoco. Dal paese mancavano più di sei mila persone, tutte partite con pulmans di linea confortevoli e con l’aria condizionata, che in poche ore le portavano dal caldo asfissiante del caldo Sud al freddo asfissiante del gelido Nord. Era preoccupato per questo lento, continuo spopolamento in un paese che era stato un tempo ricco, fiorente e popolato. Gli veniva sempre più difficile trovare qualcuno che, dopo la sua immancabile e, per qualcuno anche un po’ fastidiosa, richiesta, gli offrisse il caffè. La sigaretta, che poi lui regalava a qualche altro giovane nella sua simile condizione, riusciva a cavarla con maggiore facilità. Il caffè no! Era più complicato. Doveva chiedere i cinquanta, sessanta centesimi di Euro necessari e, spesso la persona sollecitata non si trovava spiccioli in tasca o, comunque, diceva di non averne per non fare la fatica di cacciarle dalla tasca. Oppure, per evitare che la persona sollecitata facesse la fatica di mettere le mani in tasca, doveva, con modi gentili, fare di tutto per entrare nel bar e sorseggiare il caffè con la persona sollecitata, che, spesso, però, non gradiva tanto di farsi vedere con quel bonaccione accanto. Complicato o non complicato che fosse, di tanto intanto riusciva nell’impresa ed era davvero un’impresa talvolta trovare qualcuno disposto a dargli i cinquanta, sessanta centesimi di Euro o trovare qualcuno disposto ad accompagnarsi con lui dentro un bar del centro per sorseggiare il desiderato caffè.
Quel giorno gli era andata proprio male.
Aveva tentato con almeno dieci persone diverse e del caffè sentiva solo il profumo che veniva dalla caffettiera del bar vicino alla postazione scelta quel giorno. In giro poi si vedevano sempre meno persone, anche perché c’era un freddo pungente che costringeva i pochi rimasti in paese a starsene rintanati a casa o dentro ai circoli più o meno “culturali” a discutere della tassa che il sindaco, che tutti vedevano bene come un buon “Governatore di feste paesane”, aveva chiesto che venisse pagata per le sedie messe davanti ai circoli stessi e riparate dai tendoni oppure di calcio o di pensioni ancora misere o dell’ennesimo atto di vandalismo ai danni della statua del povero Crispi rimasto “assittatu ‘n capu ‘na petra” dentro la Villa, perché ancora una volta gli avevano distrutto il busto bronzeo realizzato da Rutelli. Stava pensando di tornarsene sconsolato a casa, quando la piazza si cominciò ad animare.
Si avvertiva un chiacchiericcio inconsueto.
Alcuni ridevano, soddisfatti, perché pregustavano nuove cariche amministrative di sindaco, assessore, consigliere comunale, presidente del consiglio comunale, esperto del sindaco e via dicendo. Altri apparivano, invece, preoccupati perché per loro potevano chiudersi, magari, definitivamente le stanze del potere dentro le quali avevano sonnecchiato non poco, ma dentro le quali, comunque erano riusciti a garantirsi anche la sopravvivenza economica in qualche caso, per alcuni anni. Oggetto del chiacchiericcio era l’annuncio di un giornale che aveva dato per certo ormai nuove elezioni amministrative. In quel paese era venuta l’ora, con un po’ di anticipo, per ridare la parola ai cittadini, ogni tanto trasformati dalle leggi in giudici di chi li amministra e di “lanciatori nell’agone politico” di nuovi personaggi che li avrebbero dovuto ulteriormente rappresentare e amministrare.
Lui non capiva il perché di questo chiacchiericcio, capiva solo che inspiegabilmente gente che l’aveva fino ad un minuto prima scansato per evitare la routinaria richiesta di sigaretta o caffè, se la ritrovava vicina, pronta a sorridergli, a dargli una pacca sulla spalla. Eh già, anche lui era un ultra diciottenne e, quindi, anche lui, che non aveva i soldi in tasca per una sigaretta o per un caffè ed era costretto a chiederla a chiunque passava, aveva in tasca una sorta di passaporto per quelli che avrebbero dovuto amministrare il suo paese: aveva in tasca un cartoncino con tante caselle, da qualche anno a questa parte, sulla quale qualcuno, dopo aver esercitato il diritto-dovere di voto, piazzava un sigillo scuro con il numero di una sezione elettorale. “Lo vuoi il caffè” - era il minimo che gli si chiedeva . “La sigaretta come la vuoi, con il filtro o senza il filtro?”, erano le richieste ricorrenti, associate ad una pacca sulla spalla, ad un sorriso tranquillizzante, ad un “chi ti servi? ci penzu iu!!!”. Lui si era sentito importante, ma soprattutto si era sentito tanto caffè, che mai aveva potuto assaggiare, infilarsi diritto dentro il suo “cannarozzo” arido e rinsecchito, almeno per un’intera giornata: roba da prendersi l’intossicazione e bruciarsi lo stomaco. E beveva caffè, che altri pagava allegramente, ed entrava ed usciva dai bar del Corso, allegramente. Dovunque incontrava qualcuno che premurosamente gli chiedeva: “Lo vuoi il caffè? la sigaretta come la vuoi, con il filtro o senza il filtro? Dai prenditi anche un cartoccio. Ma che ti prendi solo il caffè…..?!?””
Per lui tutto aveva del miracoloso e accarezzava l’idea che ogni giorno poteva essere per lui così. Sorrideva felice, sognava un mondo fatto solo di caffè da gustare dentro i bar di mezzo paese e di sigarette da fumare, in questo caso, fuori dai bar ovviamente, visto che dentro i bar non si poteva farlo più. Cercava persone che mai gli avevano offerto un sorriso e soprattutto un caffè e che adesso cercavano lui. E sembrava tutto più facile, più semplice.
All’improvviso un nuvolo nero coprì il cielo, mentre un uomo, scendendo trafelato lungo il Corso, portò una nuova notizia, che fece creare nuovo chiacchiericcio. Quelli che fino a qualche ora prima ridevano, soddisfatti, perché pregustavano nuove cariche amministrative di sindaco, assessore, consigliere comunale, presidente del consiglio comunale, esperto del sindaco e via dicendo, sembravano come morsi dalla tarantola e si dimenavano per la disperazione. Quelli che apparivano, invece, preoccupati perché per loro potevano chiudersi, magari, definitivamente le stanze del potere dentro le quali avevano sonnecchiato non poco, ma che, comunque avevano loro garantito anche la sopravvivenza economica in qualche caso, per alcuni anni, gongolavano tranquilli al pensiero che “tra un anno se ne parla”. Il nuvolo in cielo gli si infilò tutto dentro e gli appannò la vista, perché capì che “tra un anno” se ne sarebbe parlato pure per lui, che aveva in tasca quella sorta di passaporto per gli altri che avrebbero dovuto amministrare il suo paese, quel cartoncino con tante caselle sulla quale qualcuno, dopo aver esercitato il diritto-dovere di voto, gli piazzava un sigillo con il numero di una sezione elettorale, cartoncino che non gli sarebbe servito più (almeno per un anno), cartoncino che doveva per un po’ “congelare” in attesa di un nuovo “riscaldamento” a momento debito.
Ebbe un sussulto mentre stava per sorseggiare un ultimo caffè che gli avevano offerto. Gli scivolò di mano la tazzina di caffè che stava sorseggiando. Chi gliel’aveva offerta aveva fatto appena in tempo a pagare alla cassa e (appreso del rinvio) era letteralmente volato via.
“Un caffè, chi me lo offre il caffè che mi è caduto per terra”, chiedeva sconsolato.
Il barista prese uno straccio, pulì per terra e lui uscì per tornare a casa, alla periferia del paese, a sperare ancora che qualcuno all’improvviso portasse ancora una buona notizia per lui, che si creasse nuovo chiacchiericcio, come quello che aveva sentito, mal per lui, solo per alcune ore di una fredda e nuvolosa giornata di un freddo e nuvolosissimo febbraio riberese.

 

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